domenica 17 settembre 2017

Il rigoletto insegna.



Ormai è cosa nota, nel menù delle possibili azioni umane la vendetta la si trova tra i piatti freddi. Certo, ma qual è stato il primo cameriere a darci l’indicazione?
Molti, io per primo, avrei risposto Tarantino e la sua ancestrale conoscenza della saggezza spaziale. Ricordate l’inizio di Kill Bill vol. 1 e il suo amore dichiarato per la serie tv Star Trek? Appunto, ma c’è qualcosa che non torna. Per amore di precisione, prima di scrivere i miei deliri, controllo sempre le citazioni e Google a questo giro mi ha fatto scoprire una cosa davvero molto interessante.
Se digitate “La vendetta è un piatto che va servito freddo”, oltre all’antico proverbio Klingon, tra i vari link ne sbucherà anche uno che vi condurrà a una pagina Wikipedia, per la precisione alla voce “La vendetta è un piatto che si serve freddo”.


Erudito in merito dall’enciclopedia collettiva, scopro trattarsi di una pellicola spaghetti western (che recupererò quanto prima), scritta e diretta da Pasquale Squitieri con il nome d’arte William Redford. Nel cast ci sono attori del calibro di Klaus Kinski, Ivan Rassimov e Salvatore Billa.
Si, Squitieri nel ’70 girò “Django sfida Sartana.”, tanto per dire.
Se volevo “scoprire” i legami tra Tarantino e il cinema italiano ho scoperto l’acqua calda, quello che mi interessa davvero è la vendetta.


Si tratta di un movente potente, in grado di innescare storie indimenticabili del calibro di Oreste, Il Conte di Montecristo, C’era una volta il west, Old Boy, V per Vendetta e molte moltissime altre.
Qualche riga più in su ho scritto che è un’azione umana, ma è così?  No, ma siamo stati proprio creati a immagine e somiglianza di Dio, infatti anche l’Altissimo in quanto a vendetta sta messo bene.


Il vero e unico problema è che, anche desiderandolo più di ogni altra cosa, noi mortali non possiamo vendicarci contro l’inquilino del piano di sopra e dei suoi imperscrutabili piani.
Piani che, senza attenuanti, lo rendono di fatto il mandante di tutto il male che alcuni hanno subito e di cui finiranno per vendicarsi.
Prima di sprofondare nell’empietà, parliamo di cose serie.
Nati in via Madre di Dio di Alessio Piras è un romanzo pubblicato da Frilli Editore. Si tratta del secondo capitolo delle indagini del Commissario Pagani e il ricercatore e professore Lorenzo Marino.


Nella notte del 24 aprile 2014 in piazza Martinez a Genova viene strangolato Roberto Centurioni, un anziano senzatetto.  Il 25 aprile il Commissario Pagani è intento a svuotare l’appartamento di Eleonora basso, la madre malata di cancro e deceduta una settimana prima. Tra gli effetti personali della donna trova una fotografia scattata il 7 febbraio del ‘41 che ritrae Aldo Pagani, Antonio Satta e Roberto Centurioni.
I tre sono rispettivamente il padre del commissario, il nonno di Lorenzo e la vittima.


Della sinossi vera e propria non dirò altro, c’è abbastanza per stimolare l’appetito di ogni lettore vorace. Si può leggere anche separatamente da Omicidio in piazza Sant’Elena, il primo romanzo della serie, ma al prezzo di perdere importanti sfumature esistenziali di Lorenzo e il suo difficile e intricato rapporto con Genova, Madre Matrigna. Un romanzo ricco di riferimenti letterali che sono un ulteriore valore aggiunto al contesto genovese creato da Alessio. Davvero, se durante la lettura non vi viene voglia di focaccia o non provate l’ansia di vedere sbucare navi da guerra inglesi davanti al porto, il problema è vostro non della bravura dell’autore.
Il presente malinconico tende la mano allo spettro del passato per riuscire a scovare l’assassino e fare i conti con un passato che non è mai morto.
Affascinante e misteriosa la figura del narratore che introduce e conclude il romanzo. Chi è, in quali rapporti è con noi lettori?
No, non ho soluzioni ma solo un consiglio: leggete i romanzi e vediamo se non vi fiondate tra i caruggi di Genova.
Nati in via Madre di Dio di Alessio Piras. Frilli Editore collana Noir. 180 pagina, 2017. Disponibile anche in formato ebook.

lunedì 4 settembre 2017

I grandi delitti italiani.


Non cerco di sponsorizzare una collana che raccoglie i casi di cronaca nera del nostro paese, gli omicidi non hanno certo bisogno di altre morbose attenzioni da quando sono diventati pane e companatico della tv generalista. Dovrebbero essere relegati solo agli inquirenti e ai giudici, perché le giurie popolari televisive servono all’omicida per travestirsi da innocente.
Prima, durante e dopo il delitto, l’assassino è il protagonista. Interessa ai giornalisti, alle forze dell’ordine, ai magistrati mentre alla vittima viene spesso destinato il ruolo della comparsa.
Con la diffusione dei mass media e dei social network la situazione è peggiorata. Vengono messi a disposizione i salotti buoni per offrire l’opportunità all’indagato di asciugarsi le lacrime davanti una telecamera con il fazzoletto dell’avvoltoio di turno, si scrivono libri a discapito di parecchi alberi o si riempiono le pagine dei giornali scandalistici racimolando l’eventuale consenso di alcuni complici morali che arrivano a scatenare campagne diffamatorie contro chi non c’è più.


In fondo, per quanto brutale possa essere, chi è morto sta sotto due metri di terra, non può ribattere o far valere le proprie ragioni. Poi, pur di essere l’artefice di un post controverso e godere di un frammento di celebrità, alcuni sono disposti a tenere le vesti del carnefice.
Lo so, la situazione è molto più complicata e tragica di quello che sembra. Le quattro righe che ho scritto servono più a dare una forma ai miei pensieri e hanno la speranza di stimolare qualche piccola riflessione a chi ha la pazienza di leggerle.


Detto questo, passiamo alle cose interessanti.
In questi giorni ho avuto il piacere di perdermi tra le pagine de La scelta del buio di Piergiorgio Pulixi, autore capace di scrivere trame di sana e robusta costituzione e inoltrare il lettore verso le zone d’ombra dell’animo umano. Questo titolo segue a Il canto degli innocenti e ritorna a narrare le vicende di Vito Strega, Commissario di polizia della sezione omicidi con una laurea in psicologia, una in filosofia, una in giurisprudenza e di alcune esperienze militari segretate.
Un uomo dotato di saldi valori morali, uno spiccato senso della giustizia, un intuito formidabile che lo porta a “sprofondare” nel delitto sino a scoprirne il cuore nero. Caratteristiche che non gli permettono di essere distaccato nel compiere il proprio lavoro e si ritrova quindi a doverne pagare le conseguenze.


Non vi propino la solita storia del “si può anche leggere indipendentemente dal primo” per due motivi.
Primo. Piergiorgio non scrive una serie episodica della vita e delle gesta di Vito Strega, dove alla fine tutto si risolve e in cui poco o nulla impara dalle puntate precedenti.
Secondo. Sono due ottimi romanzi, perché perdere l’occasione di leggerli entrambi?


La scelta del buio parte con il reintegro nel servizio operativo di Vito strega. Deve occuparsi del suicidio di Roberto Larocca, un collega poliziotto. I superiori pretendono discrezione e rapidità nella chiusura del caso ma emergono alcune “trascurabili” incongruenze che non lo convincono dal tutto.
La sensibilità e la preparazione di Pulixi non imbastiscono una trama al testosterone tutta muscoli e pallottole, l’indagine non scatta verso la soluzione solo a suon di indizi ma è più profonda, qualcosa che va oltre il movente e tutto ciò che si può misurare e catalogare per approdare là dove il bene e il male non sono due entità distinte.
Un posto dove siamo tutti vittime.
La scelta del buio di Piergiorgio Pulixi. Edizioni E/O Collana SabotAge. 188 pagine, 2017. Disponibile anche in formato digitale.

mercoledì 23 agosto 2017

Hai la faccia come la maschera.



Nel ’97 decisi di diventare Matteo, il mio fratello gemello. No, per quanto non ne abbia la certezza, non si tratta dei primi sintomi della mia schizofrenia ma la storia di un “semplice” scherzo che architettai con la preziosa complicità di un amico.
All’epoca avevo capelli sino alle spalle, un pizzetto lungo una spanna e vestivo per lo più di nero. Non sembravo un tipo raccomandabile e, forse, nemmeno lo ero. Un pomeriggio, non sapendo cosa fare, entrai dal barbiere e gli lasciai buona parte della chioma e tutta la barba. Ripulito com’ero, sia il tabaccaio che l’edicolante di fiducia non mi riconoscevano.
Così decisi di mettere in piedi lo spettacolo.


Prima di uscire con gli altri, andai da Andrea. Mi conosceva da una vita, sapeva tutto di me ed era il complice perfetto.
Ovviamente accettò.
Mi inventai una storia sulla mia assenza, dissi che ero partito per un concerto all’estero (Rolling Stones – The Bridges to Babylon Tour) e io Matteo ero rientrato dall’università per venire a trovare i miei genitori. La messa in scena durò una settimana. Il concerto era due giorni esatti dopo la partenza, ma io Mirko non ero il tipo da prendere la via più breve per tornare e io Matteo, anziché stare a casa, uscivo con Andrea…


Per fare funzionare il tutto però non bastò un taglio di capelli, mi preparai nei minimi dettagli. Dovevo essere “diverso”, cercai di dimenticarmi chi ero, mi inventai una biografia, presi in prestito qualche giacca e qualche camicia dall’armadio paterno, mi finsi mancino e iniziai a recitare la parte di quello che non ride mai e ti giudica – male- qualsiasi cosa tu dica o faccia.
Insomma, il classico str**zo.
Nonostante volessi "rivelarmi", lo scherzo riuscì, tutti si lamentavano di Matteo e si chiedevano come mai due gemelli fossero tanto diversi.
Per essere un altro non basta celare il viso con una maschera o nascondersi dietro una valanga di parole. Si devono tagliare tutti i ponti con il passato, altrimenti ci raggiungerà e finirà per plasmare la nuova identità sino a renderla un doppione con il carattere e il destino di quella vecchia.
Questo è il problema del protagonista del romanzo La Fuga di David Goodis.


Ingiustamente accusato di uxoricidio, Vincent Parry viene rinchiuso a San Quentin. Approfittando di un vero e proprio colpo di fortuna riesce a evadere e, dopo aver aggredito un uomo nel tentativo di procurarsi una macchina e dei vestiti nuovi, riceve l’inaspettato aiuto di una ragazza che ha sempre creduto nella sua innocenza.
A causa del processo e della fuga, la sua foto segnaletica è su tutti i giornali e chiunque a San Francisco può riconoscerlo. Non gli rimane altro che ricorrere alla chirurgia e cambiare volto.
Ma il passato è troppo vicino e la storia si ripete quando un altro omicidio simile a quello della moglie lo costringe a indagare per dimostrare la propria innocenza.
Si tratta di un hard boiled scritto nel ‘46, asciutto ed essenziale nello stile e nell’intreccio. Può risultare “innocente” per lettori troppo esigenti, ma dalla sua ha una trama efficace, capace di affamare e pretendere lunghi sorsi di lettura.
Da questo romanzo fu tratto La fuga, film del ‘47 con Lauren Bacall e Humphrey Bogart.
Devo aggiungere altro?


La fuga di David Goodis. Fannucci Editore. 2004, 222 pagine.

domenica 20 agosto 2017

Mr. Spock e la freccia di piombo.



Vi siete mai chiesti quali sogni inquieti abbia fatto Gregor Samsa prima di svegliarsi scarafaggio? Dopo riflessioni semi serie, mi è venuto il dubbio che fossero popolati da mele: anticipavano il frutto scagliato dal padre.
Tralascio il facile confronto con la Genesi, il simbolo della conoscenza, la cacciata dal Paradiso, la mortalità e tutti gli altri bagagli dell’uomo, quando è uscito dall’eternità per entrare nella storia.
Kafka in poche righe introduce un terribile elemento fantastico ridimensionandolo a normalità, ma non spende nessuna parola a proposito degli incubi. Ad esempio, Andersen fa addormentare il Brutto Anatroccolo e questi si risveglia cigno, escludo – per ovvi motivi – un’attività onirica nei bruchi quindi, quando la vera essenza scritta nel dna si manifesta, non deve essere disturbata con messaggi incomprensibili e nemmeno turbare lo sviluppo di ciò che è sempre stato; il bruco è già farfalla anche quando zampetta sulle foglie, il Brutto Anatroccolo cambia piume per essere cigno e Gregor Samsa era già scarafaggio quando era commesso viaggiatore.


L’essenza affiora nel divenire sia che sia destinata a volare tra i fiori, dominare con l’eleganza e la bellezza le acque dello stagno, zampettare su e giù per i muri di casa sino a quando non comprende e conosce a fondo la propria natura.
Lo scarafaggio viene ferito a morte da una mela e anche qui tralascio il parallelo biblico.
Bene, ma cosa c’entrano un personaggio di una serie televisiva e la freccia di piombo con cui Cupido colpisce Dafne affinché rifiuti l’amore di Apollo?
“Il Cambiamento è il processo al centro di ogni esistenza” è quanto sostiene il campione vulcaniano della logica. Non è solo il singolo a cambiare ma anche la collettività, se non mi credete chiedetevi che fine hanno fatto o cosa sono diventate le grandi ideologie che dal dopoguerra hanno condizionato – nel bene e nel male – la vita sociale o quanto e come siano cambiati sogni, ambizioni e desideri di tutta l’umanità.


La mutazione non è infinita e perpetua, talvolta raggiunge un precario equilibrio e lascia intravedere a cosa è approdata prima di frantumarsi e ricominciare da capo.
In questo ribollire di rinnovamenti e correzioni, alcuni individui sono trafitti dalla freccia di piombo e tentano di sfuggire al Panta Rei e sono quelli che vedono in alta definizione i sogni inquieti di Gregor “Scarafaggio” Samsa.
In questi giorni ho letto Il commissario Soneri e la legge del Corano di Valerio Varesi.


Riporto la sinossi nuda e cruda:
“Per la prima volta da molti anni, Soneri si trova spiazzato; ma non è il tipo di delitto su cui sta indagando, un omicidio apparentemente banale, a turbarlo. È il contesto. Tutto comincia con l’omicido di Hamed, un giovane tunisino che viveva nella casa di Gilberto Forlai, 76 anni, cieco, e che proprio nella casa di Forlai viene trovato morto. Seguendo le tracce di sangue di Hamed, Soneri si addentra sempre più nel mondo della comunità musulmana di Parma, nelle lotte di periferia dove la tensione tra immigrati e italiani è sempre più alta e minacciosa, e dove tutto si confonde. Quanto pesano le questioni etniche e il radicalismo religioso, quanto pesa la politica, e quanto pesa invece la dimensione criminale e in primo luogo il controllo del mercato della droga? Quali sono le vere alleanze, e quali le vere divisioni? L’unica cosa che accomuna tutto e tutti sembra essere soltanto l’odio, sempre più manifesto e spudorato, sempre più palpabile: un odio che sta minando le basi di una città, di una società intera.”
Appiccicategli l’etichetta che preferite o inventatevene delle nuove del tipo noir sociale o giallo sociologico, ma leggetelo perché ne vale davvero la pena. Un romanziere ha un approccio narrativo nei confronti della realtà, rielabora ciò che lo circonda e, tra fantasia e cronaca, riordina il caos quotidiano e ci aiuta a comprendere un po’ meglio il nostro tempo.


Varesi è davvero andato oltre le mie aspettative, sembra aver intrappolato persone vive tra le pagine ed è riuscito a scatenarmi una serie di pensieri sulla metamorfosi e i cambiamenti. Soneri è stato colpito da una freccia di piombo, ed è un osservatore quasi imparziale che ci permette di conoscere meglio noi stessi e i nostri "avversari" nei confronti delle piccole e grandi mutazioni: dai vegani ai carnivori, dagli italiani agli immigrati, dalla sinistra alla destra, dalla democrazia alla teocrazia, dalla connivenza alla lotta contro il crimine e molto, molto altro.
Il commissario Soneri e la legge del Corano di Valerio Varesi. Frassinelli, 336 pagine, 2017. Disponibile anche in ebook.

lunedì 14 agosto 2017

In circus veritas.



Pensare non è un’attività da “buona alla prima”, molti alcuni quei pochi vagabondi che ancora ci provano sanno che non basta afferrare il primo pensiero comodo ed esporlo ai più tipo Mosè con le Tavole della legge e nemmeno sognano di abbigliarsi con lo straccio più sgargiante per esibirsi in piazza e fare la coda del pavone.
O, se preferite, truccarsi da pagliacci con quattro piume sul culo.
Abbiamo fatto confusione. Non so bene quando ma, in un niente, siamo passati dall’orbitare attorno alla verità al mettere su un circo di freak.


Colpa dell’etimologia comune di circus? Così il circolo ermeneutico si è trasformato nella circonferenza di una arena in cui vige il “tutti contro tutti”.
Non ho la più pallida idea di quale sia una verità fatta e finita quindi, nel tentativo di avere una certezza, non scendo mai alla prima stazione ma preferisco compiere tutto il viaggio. Non importa se giro in tondo, quando ritorno al punto iniziale non sono più lo stesso della partenza.
Anche se abusata e vecchia quanto il mondo, tiro fuori la classica similitudine con il giallo. Lo Sherlock Holmes di turno circola attorno al cadavere per scoprire il colpevole; circumnaviga il delitto, raccoglie prove, schiva il pericolo di partire per la tangente con una falsa pista e torna all’omicidio, all’origine, ma con movente e assassino.


Più o meno ci troviamo sempre davanti a questo schema, la bravura dell’autore è quella di nascondere le rotaie e farci ammirare il paesaggio…
E se vi imbatteste in una storia in cui il protagonista è, suo malgrado, inchiodato al centro degli avvenimenti e circondato da un caso da risolvere?
Con la persistenza negli avvenimenti a “La finestra sul cortile” e il ritrovarsi coinvolti in un torbido complotto sul genere di “Tutto in una notte”, Asti Ceneri sepolte di Fabrizio Borgio è il romanzo giusto per voi. La trama si svolge nelle profondità meno spettacolarizzate delle infiltrazioni del crimine organizzato al Nord. Niente Gomorra o simili, ma "solo" un'indagine sugli effetti devastanti delle ecomafie.


Venerdì 24 luglio sera, due incidenti colpiscono la tranquillità cittadina. Un incendio devasta il capannone di stoccaggio della APES, azienda nel settore riciclo dei rifiuti di carta, e lo scontro tra un Suv e una motocicletta paralizza il traffico.
L’investigatore privato Giorgio Martinengo ha da poco preso servizio come volontario alla Croce Rossa e, tra un intervento e l’altro, rimane impigliato in troppe coincidenze e segue i collegamenti tra i due eventi.
Una lettura piacevole non solo per gli inaspettati risvolti ma, soprattutto, per lo stile cristallino dell’autore, condito da piacevoli e passionali slanci verso il genere letterario e la propria terra.
Asti ceneri sepolte di Fabrizio Borgio, Fratelli Frilli Editori. 196 pagine, 2016. Disponibile in ebook.


venerdì 11 agosto 2017

L’ordine è sempre freddo.



In rigoroso ordine sparso sulla mia scrivania ci sono libri e fumetti ancora da leggere, appunti per alcune cose che scriverò, film con la confezione ancora integra, musica in attesa di sfogarsi sullo stereo e videogiochi con cui occupare il poco tempo libero che mi rimane.
Sia chiaro, non esistono sezioni dedicate. Niente disciplina e indicazioni per raggiungere la pila di appartenenza, senza pregiudizi tutto contribuisce alla crescita verticale. Sono disordinato? Certo che sì, ma proprio non riesco a rinunciare a ricreare la stessa esperienza di Mattia Pascal mentre osserva gli scaffali della biblioteca.
Con l’ordine provo sempre la spiacevole sensazione che ogni cosa sia costretta a stare ferma; l’acqua diventa ghiaccio, la vita ricordo.


Due esempi di come qualcosa libero di scorrere si cristallizza e diventa immobile.
Ad esempio, ne Il ghiaccio e la memoria di Massimo Fagnoni, un romanzo che ho avuto il piacere di leggere in questi giorni, questa immobilità prende il nome e i connotati di Matteo Veronesi.
È un uomo “rallentato” da un ghiacciaio e dal peso del passato, fardello che lo costringe sempre a doversi misurare con delle possibilità che non sono mai diventate realtà. Prima di partire per la tangente e speculare al di fuori di ogni realtà, aggiungo la sinossi per dare una parvenza di concretezza ai miei deliri.


Il 21 dicembre 1985 due giovani alpinisti, Riccardo Finelli e Federico Stanziani, perdono la vita durante la scalata di una parete del Monte Bianco. Pochi giorni dopo il sottotenente Matteo Veronesi apprende la notizia della morte dei due amici quando è di stanza nella Polveriera di Usago a pochi giorni dalla fine del servizio di leva.
Rientrato a casa per le esequie, è costretto a elaborare il lutto e fare i conti con ciò che avrebbe potuto essere il suo rapporto di amicizia con Federico.
Nel 2009 Ettore Bertasi sparisce in circostanze misteriose. A sporgere denuncia all’ispettore di Polizia Matteo Veronesi sono Bianca e Bruno Stanziani, rispettivamente nipote e fratello del fu Federico.
Bologna è lo sfondo per un’indagine nelle trame politiche degli ambienti estremisti ed eversivi della sinistra radicale con writer illegali che imbrattano i muri della città.


Un romanzo diviso in due periodi distinti, prende l’avvio con il “rallentamento” di Matteo - un personaggio caratterialmente prudente e razionale – che ritroviamo nei meandri di una vita appesantita da rimorsi e speranze disilluse. Nello svolgersi di una sana e robusta trama gialla il protagonista avrà l’opportunità per sciogliere il ghiaccio in cui è intrappolato.
Massimo Fagnoni mi ha già fidelizzato come lettore e lo consiglio appena possibile perché ha la rara capacità di narrare storie in grado di innescare riflessioni nella testa del lettore.
Perché un libro non è bello se non fa riflettere, se volete solo intrattenimento andate a scavare nei quintali di immondizia prodotta da tv social network e simili.


In conclusione del mio delirio. Non importa quanto siano belli o dolorosi i giorni passati, il nostro sguardo volge nella stessa direzione in cui si muovono i piedi, ciò significa che dobbiamo andare avanti e non giocare alle belle statuine dentro un cubetto buono per raffreddare le nostre malinconie.
Il ghiaccio e la memoria di Massimo Fagnoni. Minerva Edizioni, collana Gialli Minerva. 384 pagine, 2017.

lunedì 3 luglio 2017

Una fetta di regalo, grazie.



Nel giorno del vostro compleanno, siete più propensi ad azzannare la torta di panna, cioccolata e affini o non vi interessa nulla e non vedete l’ora di scartare selvaggiamente i regali?

Avanti, fate la vostra scelta e confessate se siete più golosi o più curiosi.

Quando si è piccoli il compleanno è una faccenda dannatamente seria, sino a quando sono pochi si ha fretta di accumularli, poi le cose cambiano e diventano ingombranti, ma questa è tutta un’altra storia e si chiama vecchiaia.

Non ho iniziato questo delirio solo perché ho tempo libero da spendere mettendo in fila parole per fare domande oziose. La ragione è un’altra, sono convinto che molto di noi - di ciò che siamo -  emerga non dai gesti necessari che compiamo per mantenere fede alla nostra quotidianità ma dagli atti gratuiti che sfuggono al nostro controllo durante la giornata.

Tanto per intenderci, tutto ciò che non ci costa nulla.


Parlo di piccole cose come tenere aperta la porta a chi è dietro di noi o fare il possibile per arrivare ultimi alla cassa quando si beve un caffè con i colleghi, insomma delle inezie che però potrebbero rivelare molto di noi se qualcuno ci osserva con attenzione.

Ora, capite perché vi chiedo se preferite abboffarvi o allungare le zampe sui regali? Credete davvero che mi interessi sapere se siete golosi o curiosi?

Con un certo grado di approssimazione, di una torta potreste già conoscere il gusto ma, salvo rari casi, di un regalo è difficile sapere di cosa si tratta.
Meglio ingrassare a suon di certo o farsi consumare nel tentativo di afferrare l’ineffabile natura dell’incerto?

Se siete quelli che il divano è il migliore amico dell’uomo e le pantofole uno stile di vita, mi piacerebbe raccontarvi una storia al centro del nuovo progetto del pluripremiato regista Francesco Longo.

Agli inizi del ‘900 nacque a Bologna una bambina in grado prevedere il futuro. Immaginatevi che spasso conoscere in anticipo i sei numeri giusti dell’enalotto, avere la sicurezza di puntare sempre sul cavallo vincente e ottenere il meglio da ogni situazione.


Essere ricchi e felici senza muovere un dito, cosa si può volere di più?

A Clara, questo il suo nome, non andò così bene. Il padre aveva una paura nera del suo dono, così penso bene di murarla viva per impedirle di essere un problema.

Provate, se ci riuscite, a vivere l’angoscia della piccola nel sapere in anticipo cosa le avrebbe riservato l’amore paterno…

Capite perché il fantasma della sventurata ancora oggi si aggira tra i muri di una villa fatiscente ed è pronta a tormentare chiunque sia così folle da mettervi piede?


La leggenda da cui Francesco Longo svilupperà il lungometraggio Clara la trovate raccontata meglio qui, ed è certo che il suo lavoro sarà in grado di non scadere nei cliché e regalare brividi e forti emozioni per una ghost-story made in Italy.


Più delle chiacchiere, vi lascio in compagnia del trailer.


L’incubo scivolerà nella realtà grazia alla bravura del cast, composto da attori noti nel panorama indipendente: Roberto D’Antona, Orfeo Orlando, Roberto Ramòn, Michael Segal, Olga Torrico, Mikita Lagunow, Giada Cameriere, Aurora Elli. Da non sottovalutare l’apporto angosciante delle musiche composte da Aurora Rochez e la cura con cui lo stesso Francesco Longo realizzerà i visual effects.

I produttori associati per la realizzazione del progetto sono La Moonlight Legacy, La Sette Films, Theater 7/2 e Urca Tv.

Che altro dire? Un bel like alla pagina di Clara The movie per rimanere aggiornati sulle prossime novità.