sabato 6 gennaio 2018

Delle polemiche e delle provocazioni.



La prima volta che andai a Firenze ebbi la “fortuna” di trovare il Perseo impacchettato per un restauro. Tutti quei teli e quelle impalcature nulla avevano a che spartire con Christo e la Land Art. Quella statua l’avevo studiata sui banchi di scuola, per l’occasione mi ero anche riletto Vita di Benvenuto Cellini e Le Metamorfosi di Ovidio, inoltre avevo un rullino solo per immortalare ogni singolo dettaglio dell’opera.

Visto e considerato quanto mi ero preparato, potete immaginare la mia felicità e l’impossibilità di consolarmi con la riproduzione in marmo e bronzo che infilai in valigia prima di partire.

Anche se all’epoca internet esisteva già, la mia prima idea non fu quella di mandare mila e-mail a tutti gli enti disponibili per lamentarmi della situazione, né mi feci prendere la mano ammorbando chiunque nel raggio di dieci chilometri con piagnistei vari. Preferii armarmi di pazienza, cercare di capire quando si sarebbe liberato dalla prigionia e mi ripromisi di tornare, fosse anche solo per un paio di ore, per poterlo “conoscere” di persona.


Aspettai circa un anno e con un biglietto del treno e un viaggio allucinante, senza mai alzare la voce o sprecare fiato, riuscii a vedere il Perseo e rimasi affascinato come un bambino davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli.

Il mio incontro con una semplice scultura mi ha fatto capire che un’azione vale più di milioni di parole ed è vero che per riuscire a completare “la statua dell’umanità” andavano bene anche piatti e stoviglie.

“Il genio della cultura si comporta come Cellini, quando fece la colata del suo Perseo: la massa liquida minacciava di non bastare, eppur tuttavia lo doveva: così egli vi gettò dentro chiavi e piatti e tutto quel che gli capitava tra le mani. Allo stesso modo, quel genio butta dentro errori, vizi, speranze, deliri e altre cose di vile e nobile metallo, perché la statua dell’umanità deve venir fuori finita: che importa se, qua e là, si è usato materiale più scadente?”

Nietzsche, Umano troppo umano, aforisma 258.



Ovviamente non predico l’accettazione incondizionata, né vi consiglierei di fare della rinuncia una regola di vita o di dover pagare ogni volta il prezzo più alto, ma è sempre buona cosa ricordarsi che tutti siamo parte della statua dell’umanità, nessuno di noi è esente da errori, vizi, speranze e deliri.

Insomma, siamo tutti della stessa pasta e della stessa razza.

Non ho intenzione di scrivere un manuale su cosa debba fare o essere L’uomo in rivolta, mi limito a indirizzarvi all’omonimo libro di Albert Camus.


Non sono contro la libertà di espressione, mi rendo conto di essere uno dei tanti blogger che diffonde i propri deliri in rete, quindi non sono ancora così lesto da spararmi sui piedi.

Non siamo così fortunati da poter ancora ripetere a pappagallo Mala tempora currunt, sed peiora parantur perché i tempi peggiori non sono più una minaccia del giorno a venire, sono la nostra storia da troppi anni.

Non sono un nostalgico. Ieri non era tutto più bello, genuino e sincero ma è pur vero che c’erano anche giornalisti del calibro di Dino Buzzati, Tommaso Besozzi, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Enzo Biagi e molti altri mentre oggi ci sono blogger , youtuber e simili che – come il sottoscritto – scrivono più velocemente di quanto pensano. Non abbiamo i titoli e l’esperienza per improvvisarci opinionisti ma, e questo mi preoccupa, alcuni riescono ad avere un seguito che, a volte, è maggiore di tutti i nomi che ho citato qualche riga più in su.

Per essere chiaro, io non sono tra i Top Influencer né voglio entrare in classifica.
Tutto questo articolo per arrivare a dire che molte delle polemiche e delle provocazioni che ciclicamente intasano i mezzi di comunicazione sono inutili.
Al polemico interessa che qualcuno gli dia retta o da mangiare se è un Troll.


Per i provocatori mi viene solo da dire che la metà dei gesti “di rottura” che fanno sono inutili, l’altra metà li rende la copia più povera di spirito dello scemo del villaggio. Con una foto su Instagram, un cinguettio su Twitter e un post su Facebook non stanno fermando una colonna di carrarmati in Piazza Tienanmen o sventolando un velo su di un bastone.


Faccio un esempio molto semplice. Esistono criticoni non specializzati che difendono a oltranza ciò che amano, magari anche contro l’evidenza, oppure frantumano qualunque cosa non incontri i loro gusti.

Non stiamo parlando di questioni di vita o di morte ma di prodotti come libri, fumetti, film, serie tv ma anche musica, calcio e altre sciocchezze simili.

Per gli occhi foderati dal salame consiglio un panino - magari a stomaco pieno riescono a ragionare meglio – mentre per l’acidità critica inviterei i solforici a creare, così vediamo quanti “capolavori” riescono a fare.


Vale la pena agire e lottare per qualcosa di serio, soprattutto quando è ingiusto e ci impedisce di vivere una vita almeno dignitosa. Per quello che resta, siamo tutti una miscela di bronzo e materiale vile quindi evitiamo di spennarci come polli, inventare hashtag, meme o scrivere articoli come questo.

lunedì 11 dicembre 2017

Dopo la soglia.



Essere abili di prima per l’immortalità con una manciata di preghiere fatte in ginocchio o salvarsi in zona Cesarini con una conversione che nemmeno un corner di quelli giusti, è una bugia economica e tascabile. La vedo come vincere una grossa somma di denaro al tavolo verde senza fare nessuna puntata.

Questo per farvi capire che faccio la stessa scommessa di Monsieur Blaise Pascal e, se ve lo siete scordati, sono solo i protestanti a essere predestinati perché i cattolici il paradiso se lo devono guadagnare con le opere.

Quindi, o ci convertiamo e rimaniamo tranquilli – si fa per dire – sul nostro divano oppure ci rimbocchiamo le maniche per fare del bene, perchè qualcosa di noi rimanga oltre la nostra dipartita. Risultato effimero, ma quella promessa dallo spacciatore di fede del quartiere non è tanto meglio; se finisci al piano di sopra non fai un lungo soggiorno tutto piacere e comodità anzi, la tua anima viene spogliata dalla parte più sensibile e rimane la tua essenza a pregare Dio per un infinito numero di attimi.



Guai a chi tira fuori la solita citazione di Shakespeare, “Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle ossa”, perché spesso non significa sempre e, se ci mettiamo a frugare nei ricordi, troviamo qualcuno che meriterebbe di sopravvivere oltre l’ultimo giorno a disposizione.

Alcuni scrittori che non sono impegnati a contare le copie vendute e il seguito sui social, è possibile che mettano in fila parole per restare non solo fino alla scomparsa del loro ultimo lettore, ma per diventare dei classici ed essere immortali, o quasi.

Insomma, il modello di eternità che vorremmo non esiste quindi bisogna fare il meglio con quel poco che abbiamo.



Tirando le somme, non è che dobbiamo metterci a scrivere il capolavoro della letteratura (anche se in Italia pare che un po’ tutti ci provino convinti di riuscirci), ma dobbiamo spogliarci di qualche piccolo difettuccio che abbiamo e iniziare a fare opere e gesti buoni, ma non sognando in piccolo.

Comunque, apro la finestra per fare uscire la puzza di nichilismo mista ad ateismo primaverile e passo a deliri meno complicati.

Una finestra sul noir è una antologia di racconti pubblicata da Fratelli Frilli Editori che ne raccoglie quaranta - più uno – che, come è facile intuire dal titolo, sono di genere noir e giallo. Non si tratta di una delle molte raccolte di trame alla “vedi quanto è brutto il mondo”, “misura la distanza fra giustizia e legge”, “indovina chi è l’assassino” o meccanismi simili, questa va oltre i classici intenti.

Non mancano le note necessarie per atmosfere delittuose o indizi che compongono la sinfonia del caso chiuso, ma l’obiettivo dei quaranta racconti è ricordare e farci conoscere Marco Frilli, toscano di nascita e genovese d’adozione, nonché fondatore della Fratelli Frilli Editori.



Tramite i personaggi degli autori che lo hanno conosciuto, incontrano il loro “padre” e con un gioco di specchi gli hanno reso il favore; se Marco li ha portati nella realtà, loro lo hanno portato nella fantasia.

L’uomo energico e volenteroso che ha creduto in loro e ha creato la casa editrice per renderli reali. Ora gode dell’ottima compagnia dei suoi “figli” oltre a restare nei ricordi di chi lo ha conosciuto.

Alla domanda chi era Marco, non posso rispondervi, però avrete modo di incontrarlo in una narrazione caleidoscopica a spasso per il tempo e lo spazio.

Ho detto tutto? No, mancano due cose e mi tocca abusare della vostra pazienza.



Prima. Il racconto “più uno” è stato scritto da Maria Bellucci, vincitrice del Premio Letterario “Marco Frilli” gestito dall’Associazione Culturale Amici di Radio Savona Sound, mentre gli altri – non me ne vogliano se non li elenco – vi dico: prendete e leggetene tutti, è il loro inchiostro per voi e parte dei proventi verranno devoluti, con gratitudine, all’Associazione Gigi Ghirotti Onlus.

Tanto per dire che non è mai troppo difficile contribuire, anche se siamo dei semplici appassionati.

Seconda. Nell’introduzione, Valerio Varesi pone un quesito interessante: “chissà se aveva ragione Dostoevskij quando affermava che il bello salverà il mondo. Io credo di sì. E voi?”

Per quanto possa interessare, anch’io credo che la bellezza salverà il mondo, solo che non può più permettersi il lusso di farci aspettare, lo deve fare IERI.

Una finestra sul noir di AA.VV., a cura di Armando d’Amaro e prefazione di Valerio Varesi. Fratelli Frilli Editori collana I Tascabili. 380 pagine, 2017. Disponibile anche in e-book.

venerdì 17 novembre 2017

Non ho capito.


Avevo intenzione di scrivere un certo tipo di delirio ma avrebbe rubato troppo tempo all’homo ieiunium, l’essere umano veloce che consuma centinaia di post al secondo, così ho preferito mettere in fila parole come se avessi corso a perdifiato e, per non farmi mancare dei like, sotto aggiungo anche la foto di un gattino!


Posso benissimo sacrificare contenuti e approfondimenti, tanto quelli interessano solo a me che li scrivo.

Tutti noi ormai viviamo più nel virtuale che nel reale - se così non fosse nemmeno sapreste dell’esistenza di Mirko Giacchetti - e ho notato che non leggiamo i post chilometrici e decidiamo se lasciare o meno il pollice alzato solo guardando un’immagine.

Dato che viviamo in costante moto di accelerazione, faccio fatica a capire perché molti si ostinino ancora a leggere i romanzi.

Mi spiego, non ho nulla contro la lettura. In fondo sono uno che preferisce molto di più scorrere l’indice di un libro di dinamica dei flussi che avere a che fare con alcune persone, ma non riesco a trovare la soluzione al paradosso in cui ci troviamo dentro con mani, piedi, testa e pregiudizi.


Esistono alcuni lettori che consumano centinaia di “pensierini social” al minuto ma che non leggono racconti perché… troppo brevi!

Ehm, c’è qualcosa che non funziona ma, anziché perdere tempo con problemi stupidi, mi sono letto una serie di racconti.

Con molto piacere, torno a parlare della collana Miskatonic per svariati motivi. È un’ottima vetrina per gli autori italiani ed è curata da Andrea Gibertoni e Giulia Cigni.

Due veri fuoriclasse della letteratura horror, nonché i gestori della mitica libreria Miskatonic University in quel di Reggio Emilia.


Veniamo al dunque.

Il primo della lista è Angelo Berti con Heterochromia. Una narrazione essenziale che scaraventa il lettore nel morboso legame che avvinghia Lui e Lei. Il racconto riduce al minimo indispensabile i dettagli e le ambientazioni ma non è affatto una mancanza, l’autore gestisce al meglio l’alternarsi dei due protagonisti al punto che vorrete solo sapere come va a finire.


Vanity Press di Samuel Marolla ci porta nei meandri più oscuri della Black Mark Press, gestita dall’esimio Mordo Sarastro. Un editore che non vale la pena di incontrare e con cui è meglio non firmare alcun contratto di pubblicazione. Se non ci credete, chiedete pure ad Alessio Bontempi e all’avvocatessa Fabiola Cherestani specializzata in Diritto legale infernale. Lettura piacevolissima per la continua presenza di situazioni grottesche e personaggi buffi e pericolosissimi.


Nicola Lombardi intinge la penna nel gotico rurale per rispolverare il rito delle Pallide streghe d’autunno. Alex vuole riscoprire un innocente rito paesano che rendeva omaggio a tre donne accusate di essere streghe quando ancora l’essere Wicca non era visto bene dalle autorità religiose. Va tutto bene, se non fosse che nel ’44 l’eccidio perpetrato da alcuni soldati tedeschi abbia risvegliato qualcosa di molto più oscuro. Questa è una di quelle ottime storie che, da lettore italiano, ti ricorda che nel bosco vicino a casa potresti non trovare solo dei funghi e castagne.


Chinese Box di Pietro Gandolfi è un numero speciale della collana ed è un romanzo breve. Si esce dai confini italiani per immergersi nella competizione tra Jerry Oswald e Chen. Due proprietari di altrettante sartorie che, nel bel mezzo della crisi economica, fanno di tutto per competere tra loro. Se l’americano perde colpi su colpi, deve ridurre il personale e fare i conti con la continua perdita di ordini, l’asiatico sembra fare affari d’oro e navigare con il vento in poppa. La fine per Jerry sembra vicina, ma una retata della polizia elimina il concorrente a causa di alcuni problemi di immigrazione e condizioni di lavoro prossime alla schiavitù.

La fine delle ostilità però scoperchia qualcosa di ignoto e strane presenze si aggirano nel buio della notte.

Gandolfi amplia i confini del proprio universo narrativo e riconferma il suo stile, aggiungendo un nuovo tassello al mondo degli orrori.


Paolo di Orazio scompiglia le carte e sforna Spaghetti western freakshow. La storia è ambientata a Pesaro nel 1882, un luogo e un tempo che non sono pronti per comprendere l’impegno e l’interesse con cui il dott. Emilio Carlomaria Martinetti Branzini cerca di rendere quanto più normale la vita della contessina Elisabetta Agostini-Mariotti. Una bambina nata dall’unione tra l’avaro padre e la claudicante madre, con la sfortuna di non avere le gambe.

Mirabile la cura linguistica per ricreare una narrazione ottocentesca e la sapiente fusione di generi alquanto diversi. Davvero, vi ritroverete dalla parte sbagliata della normalità… e potrebbe anche piacervi il vostro nuovo punto di vista.


Ci sono parecchie influenze cinematografiche e, a seconda dei gusti, si può preferire un racconto a un altro. Io li ho recensiti in ordine di lettura, ma è impossibile negare la passione con cui sono stati scritti e gli effetti benefici che provocano ai patiti del Horror come il sottoscritto.

Sono facilmente reperibili qui.

A voi non resta altro che leggere e posso solo augurarvi incubi d’oro.  

giovedì 16 novembre 2017

Gauguin e la stanza chiusa.



Quante volte vi è capitato di sentir dire: “Omero ha già scritto tutto” o “dopo L’Iliade e L’Odissea non è mai stato scritto nulla di nuovo”?

Per quel che mi riguarda, anche solo una volta è sempre di troppo.

Se questo fosse il vero problema della scrittura - o dell’arte in generale – noi siamo nati troppo tardi e, allora, non ci resta che starcene con le mani in mano oppure diventare disonesti e shakerare i soliti ingredienti per tentare di servire l’intruglio come qualcosa di “esotico”.



L’arte, al pari della filosofia odella logica, deve essere uno strumento per interpretare il mondo, la storia e l’esistenza, altrimenti è puro intrattenimento.

Dai quattro muri della stanza senza porte e finestre in cui ci siamo rinchiusi, sento ancora Mr. Paul Gauguin dire che “L’arte è o plagio o rivoluzione.”



Al momento abbiamo appeso alle pareti un sacco di fotocopie, in pochissimi hanno tentato di aprire una breccia nel muro.

Con un imperdonabile ritardo sono riuscito ad allungare le mie zampacce su una graphic-novel molto particolare: Gian Maria Volonté.

Si tratta di un’opera pubblicata da Becco Giallo, scritta da Gianluigi Pucciarelli, disegnata da Paolo Castaldi e colorata da Giuseppe Morici. Non si tratta di una biografia didascalica e falsata quanto basta per dare un senso compiuto alla vita e il genio del più grande attore italiano ma di un racconto metafisico – o se siete chic leggete surreale – in cui alcuni dei personaggi portati sul grande schermo da Volonté interagiscono tra loro per scoprire l’uomo dietro alla maschera e alle magistrali interpretazioni.



Per non perdere tempo con una lettura sbagliata, è indispensabile conoscere bene la filmografia del protagonista principale e nutrire una passione smisurata per pellicole impegnate.

Sono rimasto affascinato da questo “fumetto”, anche se chiuso il volume ho iniziato a sentire la mancanza di un tale gigante nel nostro stato in miniatura.

Era un uomo che sosteneva: “essere un attore è una questione di scelta, che si pone innanzitutto a un livello esistenziale: o si esprimono le strutture conservatrici della società e ci si accontenta di essere un Robot nelle mani del potere, oppure ci si rivolge verso le componenti progressive di questa società, per tentare di stabilire un rapporto rivoluzionario fra l’arte e la vita”

Se nella materia grigia vi rimbalza la domanda: “Gian Maria Volonté, chi era costui?”, sappiate che invidio la vostra possibilità di conoscere un grande protagonista del nostro passato prossimo.


Nonostante l’offerta milionaria, rifiutò di interpretare Don Vito Corleone per dedicare anima e corpo a pellicole scomode come quelle di Petri e Rosi. Sul set, durante le riprese, riusciva a far piangere le comparse per quanto era intensa la sua capacità di essere Bartolomeo Vanzetti in Sacco e Vanzetti.


Vi lascio un’altra citazione. “Il cinema apolitico è un’invenzione dei cattivi giornalisti. Io cerco di fare film che dicano qualcosa sui meccanismi di una società come la nostra, che rispondano a una certa ricerca di un brandello di verità.”

Un artista del genere non deve essere un esempio solo per gli attori, ma dovrebbe essere preso come modello anche da scrittori, giornalisti e intellettuali.


Io per primo dovrei imparare molto di più da quanto ci ha lasciato in eredità.

E ricordate che essere cinici sui social, fare gli acidi in coda al supermercato o gli estremisti in ogni scambio di opinioni non equivale a essere impegnati ma solo dei…

No, non voglio scrivere parolacce.

lunedì 13 novembre 2017

Fino all'Inferno?



Negli anni mi è capitato di vedere qualche pellicola ma la miaprima volta al cinema è stata nel ’86. Era una domenica pomeriggio, in giro non c’era nessuno dei miei amici e in tasca avevo abbastanza soldi per pagarmi il biglietto d’ingresso, così mi ritrovai al primo spettacolo per vedere Platoon di Oliver Stone.

Si tratta di un ricordo personale, non sembra essere un’impresa eccezionale ma l’apparenza inganna. All’epoca avevo 10 anni e, per infilarmi in sala, ho dovuto mentire al solerte bigliettaio che mi ha squadrato più di una volta. Non ho aggiunto anni alla mia età, non avrei potuto spacciarmi per un quindicenne, neppure se mi fossi presentato con una sigaretta tra le labbra, mi limitai a dire che i miei genitori erano già entrati e mi aspettavano in sala.

In realtà, mamma e papà pensavano fossi al campetto da calcio a correre dietro a un pallone.


Dieci anni dopo interpretai una piccola parte nel cortometraggio “Liberi e belli, ovvero del fardello del capello” di Giuseppe Anderi e, nonostante l’impresa, mai e poi mai avrei pensato di vedermi al cinema.

Eppure la vita prende direzioni impreviste e ti porta lontano, ben oltre i sogni.

Nel 2018 avrò la fortuna di riprovare l’ebrezza di essere sia sulla poltrona come spettatore che sul grande schermo.



Sì, avete letto bene: seconda volta ma procediamo con ordine.

In soli due anni, grazie a Roberto D’Antona regista/sceneggiatore/attore e Annamaria Lorusso attrice/produttrice, ho avuto la fortuna di partecipare a tre progetti: The Reaping, The Wicked Gift e Fino all’Inferno.

Eccovi servita la sinossi ufficiale:

Tre rapinatori in fuga verso una nuova vita incrociano la propria strada con una donna e suo figlio e con la tragica maledizione che portano con sé. A dare loro la caccia, l’ex boss malavitoso per cui lavoravano e una misteriosa organizzazione segreta composta da uomini senza scrupoli. A questa folle corsa in camper verso l’inferno si uniranno a loro una gelosa fidanzata e un ex-sbirro dai metodi sbrigativi. In palio, la vita del bambino e il futuro del mondo.”

Grazie a loro, Il 12 giugno 2016 mi sono ritrovato davanti alla macchina da presa per interpretare un piccolo ruolo in una serie che sta avendo un buon riscontro di pubblico e critica negli Stati Uniti e che potete trovare qui.


Le riprese per la mia prima volta al cinema sono avvenute il 7 aprile 2017. Se fossi un vip, si potrebbe dire che ho fatto un piccolo cammeo nella pellicola The Wicked Gift – che sarà proiettata in tutta Italia dal 6 dicembre – ma, dato che sono un perfetto sconosciuto, sarò più onesto scrivendo che ho fatto una piccola particina in un film che saprà conquistarvi per molte buone ragioni.


Per ultima ma non meno importante, c’è l’esperienza di Fino all’Inferno che verrà messo in cartellone il prossimo anno. A questo giro ho avuto un doppio ruolo, ho vestito i panni di uno dei personaggi del lungometraggio e sono stato assistente di produzione. Avventura iniziata il 20 ottobre e che si è conclusa da pochissime ore.

In merito a Roberto e Annamaria ci sarebbe molto da dire, sono due ottimi attori e grazie al loro impegno e alla loro passione stanno facendo cose incredibili. Tutti e due, invece di dormire sui numerosi premi e riconoscimenti che hanno ricevuto in passato, si impegnano attivamente per fare qualcosa di buono.

E, credetemi, ne vedrete delle belle.

Davvero, a loro devo moltissimo e li ringrazio senza alcuna vergogna.


Quest’ultimo mese è trascorso in fretta, sono entrato a far parte della L/D production e ho avuto modo di imparare e ricevere moltissimo dal resto della troupe. Ad esempio, Paola Laneve è la make-up artist che ha dimostrato che anche uno come me può essere presentabile senza utilizzo di effetti speciali, mentre la production manager Erica Verzotti mi ha insegnato che si può essere efficienti e rapidi nonostante il sonno ti rallenti più di un quintale di piombo nelle scarpe.



Durante le riprese ho avuto due angeli custodi che con molta calma e pazienza mi hanno insegnato tutto: il primo è il direttore della fotografia Stefano Pollastro, un uomo che anche in mezzo all’Apocalisse avrebbe una scorta di soluzioni rapide ed efficaci e Francesco Emulo, il secondo assistente alla regia, che ha la serietà necessaria per trasformare la vita in un gioco.

Grazie Ragazzi.



Per non parlare del primo assistente alla regia, Mr. Alex D’Antona e Aurora Rochez fonico di presa diretta. Se Alex con uno sguardo riesce a percepire l’essenza di tutto quel che vede, Aurora capisce quel che si dice ben oltre il suono della voce.



Infine ci sono Daniele Ciceri, lo still photographer che scatta sempre al momento giusto e Andrea Milan il direttore del Marketing, l’uomo che - con buone probabilità - è il responsabile del fatto che sentiate parlare di un prodotto L/D Production.



Non sono pagato ogni tot di parole buone spese per qualcuno, è stato davvero molto bello lavorare gomito a gomito con Roberto, Annamaria e il resto della ciurma.



Oltre al reparto tecnico, ho avuto la fortuna di conoscere gli attori, quelli veri, da cui ho cercato di imparare e di rubare il più possibile della loro arte.

Grazie a Giada Robin, Kavita Albizzati, Mirko D’Antona, Michael Segal, Alessandro Carnevale Pellino, Aaron Maccarthy, Federico Mariotti e i già citati Roberto, Annamaria e Francesco.

Ora che tutto è finito, spero di tornare al più presto sul set per condividere nuove avventure con queste meravigliose persone.


domenica 22 ottobre 2017

La lettura agli anta!


C'è sempre chi sostiene che la vita inizia con i quaranta anni. In fatto di numeri, di eroici ci sono solo "i trecento" ma non sono molti a raggiungere questa veneranda età, così ci tocca abbassare l'asticella, mettere in fila quattro decine e fare qualche bilancio. Siamo sinceri, il rifiuto scatta quando si ha paura di invecchiare e alcuni fanno il possibile per rimanere giovani... e sciocchi!



Se non volete spaventarvi e iniziare ad assaggiare questo meraviglioso numero, il  27 di ottobre alle ore 18, fate un salto alla Feltrinelli di Genova e andate a conoscere di persona i 40 autori Frilli contenuti dell'antologia Una finestra sul noir. Una raccolta di racconti in cui si rende omaggio a Marco Frilli, editore e mentore di molte penne brillanti di tutta Italia, che sono cresciute anche grazie alla sua cura e all'amore verso la scrittura.


Volete sapere chi sono? Eccoli...

Adriana Albini, A. Alioto e R. Repaci, Rocco Ballacchino, Ivano Barbiero, Alessandro Bastasi, R. Besola, A. Ferrari e F. Gallone, Fabrizio Borgio, Daniele Cambiaso, Roberto Carboni, Diego Collaveri, Dario Crapanzano, Armando d’Amaro, Matteo Di Giulio, Massimo Fagnoni, Ippolito Edmondo Ferrario, Roberto Gandus, Fiorenza Giorgi e Irene Schiavetta, Daniele Grillo e Valeria Valentini, Domenico Ippolito, Achille Maccapani, Vincenzo Maimone, Gino Marchitelli, Maria Masella, Marvin Menini, Alberto Minnella, Roberto Mistretta, Bruno Morchio Ugo Moriano, Roberto Negro, A. Novelli e G. Zarini, Paola Mizar Paini, Alessio Piras, Alessandro Reali, Nicoletta Retteghieri, Massimo Tallone, Simone Togneri, Alberto Tondella, Maria Teresa Valle, Laura Veroni, Maria Bellucci.

martedì 17 ottobre 2017

Dove ero io?



Ricapitoliamo. Nel ’77 ero sbarcato da poco meno di un anno sulla Terra e, anche se posso vantare di aver vissuto per un brevissimo periodo sullo stesso pianeta di Elvis, ero ancora troppo piccolo per ascoltare e comprare in maniera autonoma i dischi, quelli seri.

Non ricordo molto bene, però ho come la sensazione che all’epoca fossi impegnato in azioni piuttosto complicate come: non sporcare il pannolino e riuscire a mettere nello stomaco più cibo di quanto ne parcheggiassi sul bavaglino.



Curiosando su internet, ho scoperto che nello stesso anno finirono sugli scaffali dei negozi titoli come Rumours dei Fleetwood Mac, Animals dei Pink Floyd, Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols, Before and After Science di Brian Eno e molti, moltissimi altri.

Oggi la situazione non è disperata, è peggio. Tranquilli non voglio fare tirate sulla decadenza dei tempi moderni, per quello basta ascoltare cosa si suona in giro, o abbandonarmi alla nostalgia “canaglia” e mitizzare epoche che ho vissuto ma che nemmeno ricordo.



Ciò che davvero mi interessa è parlare di un tizio che in quell’anno ha pubblicato due album e, a proposito del secondo, sostenne di essere venuto meno ai suoi propositi facendone uscire “due della stessa natura”.

Insomma, il cantante misterioso riconosceva di aver solo rifatto meglio il primo e, in questa amara ammissione, è contenuto il rammarico per non aver sperimentato, di non aver cercato nuovi sentieri verso il futuro.

Per chi ancora non lo avesse capito sto parlando di David Bowie e di “Low” e “Heroes”, i primi due atti del trittico berlinese. Il terzo è “Lodger”, che merita una discussione a parte in fatto di riuscita e sperimentazione ma questa è un’altra storia che vi invito a scoprire leggendo Bowie La trilogia berlinese di Thomas Jerome Seabrook. Una biografia mirata che parte dal ’75, da quando Bowie interpretò Thomas Jerome Newton in L’uomo che cadde sulla terra e pubblicò Station to Station, e termina nel ’79 con l’uscita di Lodger.



Il bisogno di sfuggire alla morsa tossica di Los Angeles e cercare una salvezza assieme all’amico Iggy Pop, portò i dum dum boys a Berlino. Impegnati nella ricerca dello spettro della città conosciuto in Goodbye To Berlin di Isherwood, i due finirono per avviare una collaborazione che durò per cinque LP.

Già, perché The Idiot e Lust for Life non sono del tutto Bowie-free.



Perché leggere questo libro? Quando viene a mancare qualche personaggio pubblico, sui social scatta la solita querelle di ammiratori e detrattori. Ambo le parti diffondono un numero incredibile di castronerie quindi, se siete interessati alla persona e all’opera artistica e non volete diventare vittime e inconsapevoli diffusori di ca##ate, è sempre meglio documentarsi. Fu pubblicato nel 2008 e arrivò in Italia nel 2009 grazie ad Arcana Editore, un periodo ben lontano da sospetti di interessi da stamperia e monetizzazione della morte altrui.

Davvero Eno è quel produttore che fa miracoli come è successo per Achtung Baby degli U2, oppure può anche avere parte nell’insuccesso di un artista? Per un certo periodo Iggy Pop è la marionetta di Bowie o a Tony Visconti andava solo bene Ziggy Stardust? Lo sapevate che le chitarre di Heroes furono incise da Robert Fripp senza nemmeno ascoltare il resto dell’incisione?



Ritornando a noi. Nonostante i pezzi forti pubblicati nello stesso anno abbiano un peso rilevante nell’economia generale del rock, è innegabile che “Heros” non è una fotocopia, né la solita trappola “effetto nostalgia”, ma una vera e propria finestra sul futuro.

Ovviamente è una lettura adatta ai fan di Bowie e agli appassionati di musica, ma solo quelli che non hanno la mania per le etichette.