martedì 17 ottobre 2017

Dove ero io?



Ricapitoliamo. Nel ’77 ero sbarcato da poco meno di un anno sulla Terra e, anche se posso vantare di aver vissuto per un brevissimo periodo sullo stesso pianeta di Elvis, ero ancora troppo piccolo per ascoltare e comprare in maniera autonoma i dischi, quelli seri.

Non ricordo molto bene, però ho come la sensazione che all’epoca fossi impegnato in azioni piuttosto complicate come: non sporcare il pannolino e riuscire a mettere nello stomaco più cibo di quanto ne parcheggiassi sul bavaglino.



Curiosando su internet, ho scoperto che nello stesso anno finirono sugli scaffali dei negozi titoli come Rumours dei Fleetwood Mac, Animals dei Pink Floyd, Never Mind the Bollocks dei Sex Pistols, Before and After Science di Brian Eno e molti, moltissimi altri.

Oggi la situazione non è disperata, è peggio. Tranquilli non voglio fare tirate sulla decadenza dei tempi moderni, per quello basta ascoltare cosa si suona in giro, o abbandonarmi alla nostalgia “canaglia” e mitizzare epoche che ho vissuto ma che nemmeno ricordo.



Ciò che davvero mi interessa è parlare di un tizio che in quell’anno ha pubblicato due album e, a proposito del secondo, sostenne di essere venuto meno ai suoi propositi facendone uscire “due della stessa natura”.

Insomma, il cantante misterioso riconosceva di aver solo rifatto meglio il primo e, in questa amara ammissione, è contenuto il rammarico per non aver sperimentato, di non aver cercato nuovi sentieri verso il futuro.

Per chi ancora non lo avesse capito sto parlando di David Bowie e di “Low” e “Heroes”, i primi due atti del trittico berlinese. Il terzo è “Lodger”, che merita una discussione a parte in fatto di riuscita e sperimentazione ma questa è un’altra storia che vi invito a scoprire leggendo Bowie La trilogia berlinese di Thomas Jerome Seabrook. Una biografia mirata che parte dal ’75, da quando Bowie interpretò Thomas Jerome Newton in L’uomo che cadde sulla terra e pubblicò Station to Station, e termina nel ’79 con l’uscita di Lodger.



Il bisogno di sfuggire alla morsa tossica di Los Angeles e cercare una salvezza assieme all’amico Iggy Pop, portò i dum dum boys a Berlino. Impegnati nella ricerca dello spettro della città conosciuto in Goodbye To Berlin di Isherwood, i due finirono per avviare una collaborazione che durò per cinque LP.

Già, perché The Idiot e Lust for Life non sono del tutto Bowie-free.



Perché leggere questo libro? Quando viene a mancare qualche personaggio pubblico, sui social scatta la solita querelle di ammiratori e detrattori. Ambo le parti diffondono un numero incredibile di castronerie quindi, se siete interessati alla persona e all’opera artistica e non volete diventare vittime e inconsapevoli diffusori di ca##ate, è sempre meglio documentarsi. Fu pubblicato nel 2008 e arrivò in Italia nel 2009 grazie ad Arcana Editore, un periodo ben lontano da sospetti di interessi da stamperia e monetizzazione della morte altrui.

Davvero Eno è quel produttore che fa miracoli come è successo per Achtung Baby degli U2, oppure può anche avere parte nell’insuccesso di un artista? Per un certo periodo Iggy Pop è la marionetta di Bowie o a Tony Visconti andava solo bene Ziggy Stardust? Lo sapevate che le chitarre di Heroes furono incise da Robert Fripp senza nemmeno ascoltare il resto dell’incisione?



Ritornando a noi. Nonostante i pezzi forti pubblicati nello stesso anno abbiano un peso rilevante nell’economia generale del rock, è innegabile che “Heros” non è una fotocopia, né la solita trappola “effetto nostalgia”, ma una vera e propria finestra sul futuro.

Ovviamente è una lettura adatta ai fan di Bowie e agli appassionati di musica, ma solo quelli che non hanno la mania per le etichette.

sabato 14 ottobre 2017

Come si guarda un film?


Dato che le pellicole spesso superano i novanta minuti, la risposta più ovvia è: seduti comodi con una scorta abbondante di alimenti ipercalorici. Moltissimi sono convinti che queste due semplici condizioni siano quanto basti a trasformarli in stimatissimi critici cinematografici.
Non sono contro la libertà di espressione, per primo ne abuso, nemmeno voglio questionare sui gusti personali o modaioli ma, se mi imbatto in una recensione di un film fatta da qualcuno con una prominente pancetta da popcorn, passo oltre e occupo meglio il mio tempo.
Non pretendo che tutti siano così radical chic dal compiere infinite autopsie sui movimenti della macchina da presa o la resa dell’obiettivo utilizzato ma provo un certo disagio nel vedere che ci sono molti, forse troppi, rustici “alla pane e salame” che sostengono che un film è bello perché ci sono le esplosioni.


E sia chiaro, amo il pane e salame e non tutti i masticatori sono così incompetenti, qualcuno riesce comunque a dire e fare cose sensate ma… sono rari quanto i chicchi di mai inesplosi.
No, non sono uno di quelli tiepidi che pubblicizza e sostiene la mezza via del giudizio in bilico tra la pacatezza e la saggezza orientale.
Allora cosa voglio? Prima di fare un ricamo di chiacchiere, rispondo. Avete presente il vecchio adagio di parlare solo di ciò che conosci o, se proprio senti il bisogno di dire la tua, meglio se prima ti informi bene e da fonti attendibili?
Ecco, questo è ciò che desidero, perché le opinioni “sono come il buco del culo, tutti ne hanno una” (fosse anche di seconda mano) o le medesime fanno sì che la tua intelligenza “se ne torni a casa avvolta in una bandiera con un pezzo di formaggio nel culo”.


Sono imperdonabile, ho manipolato furbescamente le citazioni per un mio personalissimo uso e consumo, ma con un minimo di preparazione si potrebbe anche capire quali differenze, oltre alla morale di sottofondo, ci siano tra un lungometraggio di Oliver Stone e uno di Steven Spielberg.
Ultima cosa importante: il trailer non è il film.
Se uno non volesse passare la propria vita a sparare sentenze spicciole, cosa dovrebbe fare? Nel caso, passare qualche giorno su un set cinematografico per rendersi conto che oltre agli attori c’è di più e di quante incognite debba affrontare un regista durante ogni singolo ciak. Se non si ha questa meravigliosa possibilità, allora è il caso di leggere un po’ di letteratura specifica.
Per non ammazzarvi con inutili tecnicismi consiglio la lettura di L’occhio del regista – 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo.
Tranquilli, non si tratta di un libro didattico ma di una serie di interviste apparse su Studio, una prestigiosa rivista francese di settore. Tolti un paio di casi, Laurent Tirard ha interrogato tutti gli intervistati su argomenti quali il rapporto con l’insegnamento e l’apprendimento delle tecniche cinematografiche, la decisione dell’angolazione della macchina da presa nei propri lavori, per quale motivo fanno film, come gestire il rapporto con gli attori e il pubblico e cosa li abbia spinti a intraprendere la strada della regia.


All’apparenza potrebbero sembrare quesiti tecnici ma dalle risposte emerge bene la natura esistenziale di queste domande. I candidati sono stati selezionati in base alle opere e all’esperienza che li ha portati a diventare apprezzati e conosciuti sia dalla critica che dal pubblico.
Sono venticinque nomi importanti, nonostante l’effetto elenco del telefono sono del parere che vadano elencati tutti.
Martin Scorsese, Pedro Almodóvar, Sydney Pollack, Woody Allen, Emir Kusturica, Joel ed Ethan Coen, Wim Wenders, David Lynch, Bernardo Bertolucci, Oliver Stone, Lars von Trier, Wong Kar-wai, David Cronenberg, Takeshi Kitano, Tim Burton, John Woo. Jean-Luc Godard, Milos Forman, Mathieu Kassovitz, Steven Soderbergh, Michael Mann, Roman Polanski, Jim Jarmusch, Alejandro González Iñárritu, Arthur Penn.
Il libro non è una raccolta variegata di risposte ma un corpus omogeneo, dovuto soprattutto alla scelta di rivolgere domande standard agli intervistati. Leggendolo si ha la sensazione non di essere a delle noiosissime lezioni accademiche ma a delle stimolanti chiacchierate sulla settima arte.
Anche se non siete degli esperti, di sicuro questa lettura vi aiuterà a comprendere e valutare meglio ciò che vedrete sul grande schermo o potrebbe spingervi verso la vostra prima regia.
L’occhio del regista, 25 lezioni dei maestri del cinema contemporaneo a cura di Laurent Tirard. Minimum Fax edizioni, collana cinema – nuova serie. 307 pagine, 16 €. Disponibile.

martedì 10 ottobre 2017

Dopo parecchi anni.


Quando ero giovane, per buttare qualche spicciolo dentro al portafoglio, lavoravo in una ditta che si occupava del rifornimento dei libri presso la grande distribuzione. Sembra chissà cosa, in realtà non facevo altro che caricare le nuove pubblicazioni sugli scaffali dei supermercati.
Sia chiaro, ero un commesso e, a conti fatti, quella è stata l’unica volta in cui sono davvero entrato nel mondo della letteratura. In fondo, ero quello che nel mobilificio ignorava tutto tranne i cartonati sulle mensole, quando c’era gente che scendeva in campo, non mi facevo distrarre dalle chiacchiere ma dai titoli sullo sfondo e se qualcuno mi invitava a casa sua ne ispezionavo la biblioteca.


A quei tempi avevo il desiderio di essere assunto in una libreria, sarà per quello che appena ne vedevo una finivo con il passare interi pomeriggi a perquisirla ma, nonostante parecchi curriculum, sono sempre stato scartato.
Forse non avevo la faccia di quello adatto a vendere carta o sembravo uno che conosceva sì tutto l’alfabeto, ma in ordine sparso.
Quando ormai avevo iniziato a non sperarci più mi arrivò una chiamata. Per via di un’emergenza, dovevo sostituire un commesso per ben 22 giorni.
Che dire, è stata uno delle esperienze più piacevoli che mi è toccato fare per quattro soldi.


Sino a quando non mi sono convertito agli ebook, mi sarebbe piaciuto avere una libreria tutta mia, una di quelle vere con una buona scelta di romanzi di qualità, non ricettari o stupidari vari e una clientela affezionata (e competente) con cui potersi confrontare.
Insomma, sognavo qualcosa di irrealizzabile e non tenevo conto di fatture da pagare, bilanci e molto molto altro.
Inoltre, non avevo mai neanche pensato a un nome per aprire i battenti e, di questa cosa, mi sono accorto quando per le mani mi è capitato Libreria Luigi di Stefano Caso.


Dato che delle mie aspirazioni e dei miei piccoli sogni non vi interessa, passo alle cose interessanti.
Non sento il bisogno di dire la mia su tutto e, tra i romanzi che leggo, recensisco solo quelli che mi sono piaciuti. Fatta questa piccola precisazione, non esagero nello scrivere che l’ultimo libro di Stefano Caso è da leggere.
Luigi ha una barba folta e capelli (pochi) d’ordinanza da nobile intellettuale ottocentesco, gestisce una libreria che resiste all’assalto di variegati clienti e che, per sopravvivere, è costretta a ospitare e vendere le ricette e il vaniloquio cartaceo di un dj filosofo bisessuale metropolitano.
Tutto sommato è soddisfatto della sua vita e della sua attività, almeno sino a quando non compie i cinquanta anni e un’anziana cliente non lo mette in difficoltà con uno strano regalo/richiesta: rasarsi a zero barba e capelli.
Abbandonata la “maschera pelosa”, Luigi rivelerà sé stesso al mondo ma scoprirà anche che non era l’unico a nascondersi dietro a – scusate la ripetizione – una maschera.


Nella trama si incontrano vari personaggi, tutti ben riusciti, che ridicolizzano le mani moderne; cattive abitudini come l’utilizzo casuale di termini inglesi per rendere più cool le solite vecchie cose, l’aggressività sessuale per compensare la vacuità dei rapporti, l’arrivismo socio-economico e molti altri atteggiamenti che incrostano i normali rapporti sociali.
È la storia di una crisi di mezza età che, seppur indotta dalla “vecchia maliarda”, ha un tono brillante e il grandissimo pregio di reinterpretare e rendere attuale la cultura letteraria classica attraverso surreali dialoghi tra il protagonista e i capolavori del passato.
Libreria Luigi di Stefano Caso. Ianieri Edizioni, collana Narrativa. 187 pagine, € 14,00.

mercoledì 4 ottobre 2017

Tra Matrix e Dresda.




È vero, principe, che lei una volta ha detto che la Bellezza salverà il mondo?

Dostoevskij, L’idiota.

Bastasse una preghiera per liberarci dal Male, dalle guerre, dalle carestie, dagli ignoranti e dai miseri vi giuro che spenderei più di un Padre Nostro al giorno. A farmi desistere dall’impresa è l’assoluta mancanza di risultati apprezzabili, nonostante l’impegno di parecchi fedeli che, per duemila e più anni, si sono prodigati nel chiedere all’onnipotente di fare le pulizie – quelle grosse – per rendere la terra un posto migliore.

E nemmeno più presto l’orecchio alle tesi della difesa. Davvero dovrei credere che Dio lasci pascolare indisturbato il Male solo per testare il nostro libero arbitrio o per permettere l’attuazione dei suoi imperscrutabili piani?

Ma non è tutto, perché dovrei ancora scontare il peccato di disobbedienza di Adamo ed Eva o come posso io essere umano e resistere alle tentazioni in cui potrebbe indurmi la stessa Divinità in cui credo? Il problema è che, senza la fede, la religione è una matassa troppo ingarbugliata e tentare di sbrogliarla non fa altro che stringere il nodo scorsoio attorno al nostro collo.



Per non finire impiccati, dobbiamo accettare il fatto che siamo soli e non ci resta che saltarci sulle spalle per provvedere a noi stessi. Così, ora che la prospettiva del castigo divino o di un caldo soggiorno all’inferno non sono più buoni deterrenti per scoraggiare i malintenzionati, cosa dobbiamo fare?

Combattere casa per casa le ingiustizie e processare i cattivi? Proviamo, ma è meglio una guerriglia etica con schemi in cui è meglio essere saggi e saper dosare le proprie azioni tra due estremi o essere tiranneggiati da vacui doveri soverchianti?

Oppure viaggiate leggeri, siete dei tipi da “via la morale”, così adattivi far precedere l’esistenza all’essenza?



Tra le varie soluzioni possibili ce n’è una che appare incomprensibile: la Bellezza salverà il mondo. È possibile che la contemplazione della Bellezza possa rivoluzionare il nostro animo al punto da fornirci la forza e gli strumenti per salvare il mondo?

La nostra è una vita che oscilla tra Matrix e Dresda.

Mi spiego meglio.

Con Matrix le sorelle Wachowski hanno messo in scena, con almeno dieci anni d’anticipo, la nostra attuale situazione; siamo divisi tra una vita reale ben scarna e povera e una dimensione digitale/virtuale molto più accattivante ma, in entrambi i casi, regna il brutto; sia sulla Nabucodonosor che nella New York ricostruita tutto è prossimo al degrado, alla decadenza, al non luogo e, non credo sia un caso, l’unica scenografia elegante viene abbattuta a suon di proiettili.

Memorabile è il monologo dell’agente Smith in cui l’essere umano è un virus che distrugge l’ambiente in cui vive.



Andando ben oltre quanto espresso dalla pellicola, penso che L’architetto abbia escluso la bellezza da Matrix per non favorire la possibilità di elevarsi o di riscattarsi per continuare a essere delle pile.

Le stesse che alimentano il brutto e lo squallore contenuto in Facebook, Instagram, Twitter e ogni altra estensione social del nostro corpo.

Dresda cosa c’entra? Nella città tedesca si trova la Gemäldegalerie Alte Meister, una pinacoteca in cui è possibile ammirare la Madonna Sistina di Raffaello Sanzio.



Nel corso del tempo questo “quadro” ha affascinato molti fuoriclasse del pensiero e dell’arte, tra i vari nomi spicca quello di Fëdor Dostoevskij. Il grande romanziere russo che sostenne la tesi “la Bellezza salverà il mondo”. Non è una semplice caratterizzazione per dare profondità al principe Myškin, l’idiota o il Cristo del XX secolo.

Credeva davvero in questa possibilità e la Madonna Sistina era la sua ascensione o la sua rivoluzione necessaria per caricare la penna e scrivere romanzi come Delitto e castigo, I Fratelli Karamazov, I demoni, Memorie del sottosuolo.

Se non mi credete, state attenti alle varie peccatrici che incontrate tra le pagine e ditemi se non hanno qualcosa della Vergine Maria.

Esprimono una bellezza che non è quella inautentica e bidimensionale da cui siamo stati anestetizzati, quella liscia e progettata da pubblicità e chirurgia estetica, ma una naturalezza in cui tensione e beatitudine coesistono e lottano.

Ah, quasi dimenticavo. Sarà anche una infelice coincidenza, ma se consideriamo Dresda come un punto d’accesso alla Bellezza, non meraviglia che sia stata rasa al suolo durante la Seconda Guerra Mondiale.



Mi sono dilungato ben oltre le mie intenzioni, ma dopo aver divorato lo splendido Morte ad Asti – La nebbiosa domenica dell’Investigatore Martinengo di Fabrizio Borgio non sono riuscito a trovare il tempo per scrivere qualcosa di più breve.

Inizio col dirvi che ogni capitolo si apre con una citazione di autori famosi sulla “bellezza” .

L’unica che non troverete è proprio quella di Dostoevskij. Sono convinto che non si tratti di una dimenticanza ma, a meno di non essere smentito dall’autore, la nuova indagine di Giorgio Martinengo è una dimostrazione che la Bellezza, nel caso quella di Vittoria Squassino, è il motore che può alimentare un cambiamento e tendere verso il bello (e il giusto) anche nella realtà di Asti, dissipando quella “nebbia” in cui deambulano il futuro dell’Italia e le capacità scacchistiche del protagonista.

Come il buon vino, il personaggio migliora invecchiando. Ho apprezzato molto anche il precedente Asti ceneri sepolte ma in questa nuova prova Borgio ha una marcia in più nella scrittura. Un valore aggiunto che si sposa alla perfezione con la capacità di gestire al meglio trame e tempi sovrapposti.



La sinossi: “È un Giorgio Martinengo sconvolto quello che, una nebbiosa domenica di febbraio, rinviene il cadavere della bella Vittoria Squassino, suo grande amore di gioventù e competente manager della succursale milanese di una banca tedesca. Poco tempo prima il nostro investigatore privato era stato ingaggiato dai vertici della banca proprio per indagare su di lei a causa di sospetti sul suo operato palesatisi quando le era stata attribuita una relazione con Valerio Cortese, affascinante imprenditore nel campo delle SPA a tema enologico. Martinengo conosce anche lui. L’indagine su Vittoria assume così i contorni di un viaggio a ritroso nel tempo, dove sullo sfondo di una Asti benestante e gaudente, come lo erano gli anni ’90, si delineano i difetti di una nazione, il disincanto della gioventù e le basi per una tragedia che metterà a dura prova le capacità dell’investigatore delle Langhe.”

Come molti dei romanzi che amo leggere, non è solo semplice intrattenimento, il classico puzzle con il morto, ma uno sguardo onesto e sincero sulla società in cui viviamo.

giovedì 28 settembre 2017

La sfida.



Per quel che ne sapevo poteva essere un putter. Non ci voleva un genio, tra le dimensioni ridotte e l’impugnatura di gomma zigrinata, la mazza dava l'idea di uno spillo fino per cucire qualche buca nel green.

Non aveva senso ammazzarsi di dubbi, così ero tornato indietro per piazzare una domanda semplice semplice, ma solo dopo aver scambiato la testa di Dario per una pallina. “Ehi Tiger Woods, questa che mazza è?”

“Chi sei, cosa vuoi da me?”

Saltai la mano, passai le risposte e lo lasciai cuocere nel suo brodo.

“Se mi lasci andare," manco a dirlo era sbiancato ma proseguì imperterrito a parlare, "ti do tutti i soldi che ho, tutti quelli che vuoi.”

Ottimista, pensava di cavarsela pagandomi. “Hai presente Sentenza ne Il buono, il brutto e il cattivo?” chiesi, giusto per fare un po’ di conversazione.

“No.”

Era chiaro che non avevamo gli stessi hobby, così mi limitai a ballare la sua musica. “Dove sono i soldi?”

“Nella cassaforte dietro al quadro, la combinazione è 29011976, la mia data di nascita.”

Intendeva la crosta appesa al muro, una roba sfocata di macchie gialle su sfondo blu/celeste, un guazzabuglio senza senso che tentava di imitare la “Notte stellata”.



Roteai come nemmeno un samurai poteva fare, poi un colpo secco sul ginocchio destro. Serviva per fargli capire che detesto quelli che non rispondono. Per limitare l’inquinamento acustico, gli avevo parcheggiato una mano sulla bocca.

“Questo è perché non hai visto il film, chiaro?" Ci tenevo a puntualizzare.

“Vuoi dirmi che mazza è questa?”

Sbavava sul palmo delle lacrime, saliva e l'immancabile “ti prego, lasciami andare.”

“Ascoltami: per quanto ti può interessare, mi hanno già pagato. Allora?”

“Putter, è un putter, serve nel green.”

Avevo un futuro nel golf.

 *

Caro Daniele,

la sera in cui ti ho conosciuto ero ubriaca persa, ma ormai non me ne vergogno più e sai perché? Se fossi stata sobria, non avrei mai avuto l’occasione di parlarti.

Romina mi racconta sempre come è andata…

Cercavo la macchina all’uscita del Fun Club e, dopo parecchi cuba libre, ero un po' confusa. Credevo di aver lasciato l'auto nel distributore. Quando ti ho visto fare benzina, mi è attaccato di correrti incontro e accusarti di avermi rubato l’auto.

Tu avevi una Clio blu, io una Cinquecento rossa.

Ero davvero fuori.

Ti ricordi, vero?

E tu cosa hai fatto? Ci hai guardato, hai sorriso e hai detto: “dici? Allora prendila, è tua.”

Mentre io guidavo la macchina spenta, tu e Romina avete trovato l’auto.

Il mattino dopo nella borsa ho trovato il tuo biglietto.

“Se pensi ancora che la mia auto sia tua, telefonami allo….” E c’era il tuo numero di telefono. Ringrazia Romina, è stata lei a dirmi che valevi una chiamata.

*

Per via del dolore, Dario vibrava sulla poltrona di pelle verde. Per quanto era sbiancato sembrava un fiocco di panna moscia spiaccicato su una mela acerba.

Guardavo lo spettacolo di mobilio costoso sparso in giro per l'appartamento e pensavo: una casa aliena, ecco cosa mi suggeriva tutta quella foresta di vetro e metallo parcheggiata a cazzo nelle stanze.

Abbandonato il proposito di indovinare dove fosse l'indispensabile per il fai da te, chiesi: "hai della corda in casa?"

“S-si, ne ho.”

“Vuoi essere così gentile da indicarmi dov’è?”

“A cosa serve?”

In fondo aveva il diritto di sapere.

“Per legarti ed evitare che tu possa scappare,” passato il putter nella sinistra, con la destra eseguii la magia di far sbucare una pistola. “Sai, dobbiamo parlare e questa mi serve nel caso in cui tu abbia ragione e io torto.”
*

Mi sembra di essere un'adolescente, sono qui che ti penso e ti scrivo una lettera per ricordarti come ti ho conosciuto. Magari, prima di dartela, la riempio di cuoricini, che ne dici?

Quante cose sono cambiate da quando ci siamo conosciuti. Ero incastrata in una vita che non era la mia. Sentivo il dovere di essere grande, di sposarmi, di fare un figlio e di arrivare alla pensione. Ma non c’è più un lavoro che sia un lavoro, i matrimoni durano sempre meno, i figli vanno amati non sfornati, la pensione… la pensiocosa?

La tua presenza mi ha strappata da questi schemi e mi hai fatta sentire speciale.

Avevo scambiato l’abitudine per sicurezza, poi sei arrivato tu.
*




Dario non aveva della corda in casa, era più un tipo da spago.

Poco male, com'è che si dice in giro? Esatto, fai quello che puoi con quello che hai.

Mai stato il maestro dei nodi, ma facevo attenzione a stringere il più possibile per far sprofondare il nylon nella carne.

Finito di vestire a festa Dario il salame, vidi che pascolavo su di un meraviglioso tappeto pakistano.

Quante cose sfuggono quando si è troppo occupati. Finisce che se non stai attento ti scivola tutta la vita sotto il naso.

Sfondo rosso sangue, disegni geometrici a tinte bianche e azzurre. I colori della vita, della purezza e dell'anima intrappolati in parecchi metri di lana.

Per meglio godere dello spettacolo, spostai un maledetto tavolino a forma di bicchiere.

“Quanto sei alto?” chiesi, appoggiandomi sul pelo per apprezzarne la trama.

“Uno e settanta." Cercò di capire cosa stessi combinando. "Non vorrai mica arrotolarmi lì dentro?”

"No, saresti sprecato. Secondo me con l’affettato ci vuole sempre il pane, non la piadina."

"Eh?"

"Lascia stare, ora che te la spiego non fa più ridere." Passata la mano contropelo, i colori divennero più cupi. “Quando fanno uno di questi, i tessitori inseriscono sempre un difetto. Perché non vogliono competere con Dio, credono che la perfezione sia una prerogativa divina. Questa storia mi fa pensare ad Aracne, quella delle Metamorfosi di Ovidio. Hai capito cosa intendo?”

Dario rimase sospeso nel silenzio.

Con la coda dell’occhio vedevo che si dava un gran da fare per liberarsi. Gli appoggiai il ferro sui testicoli. “Questa non è un’interrogazione, non lo faccio per darti un voto.”

Dario sembrava fatto di maiolica, bastava un buffetto per ridurlo in cocci.

“Non hai capito, vero? La morale è che la disgrazia coglie chi osa sfidare Dio.”
*



Non ti ho mai ringraziato abbastanza per quello che hai fatto. Ogni volta che tentavo di farlo, attaccavi con il solito "non ho fatto nulla di speciale", anzi insistevi nel dire: "quella speciale, tra i due, ero io."

Ogni volta ripetevi di non avere alcun merito. Ma sai cosa ti dico signor "non ho meriti"?

Voglio invecchiare insieme a te, ma devi fare di me una “donna onesta”.

Non puoi ancora tirarla per le lunghe, quindi devo chiedertelo io: mi vuoi sposare?

*

Dario Denetti è un architetto di grido, nel senso che strilli quando vedi quanti zeri riesce a infilare su una fattura. Comunque, al netto di tutto ciò che può comprare, è solo un ultra quarantenne con l'occhio di lince, la pancia da palestra e le voglie di un quindicenne.

“Vedo che hai viaggiato molto.” Condii le parole con un cenno verso una foto, era solo e in tenuta estiva sulla grande muraglia. “Esiste una signora Denetti?”

Dario scosse il capo e mi offrì, di nuovo, dell’altro denaro.

Pensai a cosa avrei potuto fare con qualche euro in più. “Quanto hai nella cassaforte?”

“Ci sono più di ventimila euro, ma posso dartene altri se mi lasci fare una chiamata…”

Spezzai le chiacchiere con un gesto.

“ Bastano per pagare un bel matrimonio, ma non hai ancora risposto alla domanda, dimmi: sei sposato?”

“No, perché ti interessa?”

“Io potevo esserlo, ma grazie a te sono rimasto single.”

“Allora tu sei Daniele. Non volevo, è sbucata all’improvviso. Non sono riuscito a evitarla, anche al processo. Tu non c’eri al processo. Ma lo hanno detto, non è stata colpa mia, è stato un incidente.”

Gli scaldai le guance con un giro di schiaffi.

Mi piantò gli occhi addosso: “non so cosa fare, non è colpa mia, è andata così." Masticava amaro, si era reso conto di aver detto una sciocchezza di troppo. "Farei qualunque cosa per cambiare il passato," ora provava a indorare la pillola, " farei qualsiasi cosa, ma non si può, credimi.”

“Dici?”
*



Si, ho fatto il primo passo. Secondo me eviti di infilarti l'anello al dito per non sentirti vecchio, vuoi restare libero… non ho mai creduto alle palle che sei contro le tradizioni borghesi e tutto il resto.

Conviviamo da tre anni, ormai non dovresti avere più paura di me.

Dai, sarai un ottimo marito.

Ti Amo

Elena.

*

"Ho capito cosa vuoi fare," prese fiato, "e se lo farai, ti capisco." Devo dire che s’era calato nella parte del saggio davanti al plotone, mi aveva quasi convinto.

Gira che ti rigira eravamo arrivati al buono, dovevo brindare alla memoria di Elena. "Sai come si fa un cuba libre?" chiesi, mentre perquisivo un improbabile mobile bar.

"Rum, cola e lime, " abbozzava mentre pensava alle dosi.

"Qui hai solo questo," tirai fuori una bottiglia targata caraibi e mi versai del rum, molto rum. Colore ambrato, odore secco. Andava giù che era un piacere ma bruciava dalla gola sino alle budella.

Mai bevuto in vita mia.

Avevo bisogno di trovare nell'alcool un po' coraggio per uccidere un uomo. Non era una cosa che facevo tutti i giorni.

Presi la lettera dalla tasca e la mostrai a Dario.

“Quel giorno, prima di sapere, ho trovato questa sul tavolo. Te la leggo, è molto interessante." In principio fu la bocca impastata, ma niente che non potevo tenere a bada.




Caro Daniele, la sera in cui ti ho conosciuto ero ubriaca… e via dicendo, ma dallo stomaco mi bussava il rum. Credo che prese anche un paio di volte l’ascensore ma non ricordo troppo bene, ero così allegro e leggero.

Volevo far festa.




Quando vidi la macchia di vomito sulla mia maglia, capii tutto. Un cerchio alla testa piuttosto stretto mi tormentava e mi impediva di tenere gli occhi aperti. Una crosta sul labbro, forse mi ero messo a baciare il tappeto. Non ero all’Hilton, niente suite di lusso, solo una stanza grigia spoglia da ogni comfort e con delle robuste sbarre nere al posto di una parete.

Appena riuscii a guadagnare la posizione eretta, sbucò un carabiniere.

“Tenente, si è svegliato.”

“Portalo qua,” disse una voce diversa, modulata sulla frequenza degli ordini.

In quel momento ho sentito Dario urlare: “dovete metterlo in galera e buttare via la chiave.”

I perfetti piani dell’Altissimo non mi andavano bene, così ho tessuto la mia trama perfetta per sfidare Dio.

Ho perso e la disgrazia mi ha colto.

Io che ero così ateo e così astemio.

domenica 24 settembre 2017

Arrivano i... mostri



In alcuni vecchi western le cose erano semplici, molto più semplici. Quando buttava male e gli attori si ritrovavano a un paio di frecce dalla fossa, dal nulla sbucava la cavalleria che metteva in fuga gli indiani con qualche squillo di tromba e una manciata di spari in aria.
Il resto della pellicola serviva a infilarci in testa il “e vissero tutti felici e contenti” e secondo l’adagio di Shakespeariana memoria “tutto è bene quel che finisce bene.”
Chissà quanti di noi, dopo aver visto la scritta The End, pur senza un cappellaccio e una Colt Navy, si sono sentiti accerchiati dalla vita. Chiaro, c’era chi si dava da fare con la sei colpi e chi aspettava l’arrivo dei soldati a cavallo ma tutti avevano la speranza di riuscire a cavarsela.


Poi, qualcosa è cambiato.
È venuto fuori che i cowboy e tutti gli uomini bianchi in generale tanto bravi non erano. Così, da Soldato blu in avanti, in quei film quelli accerchiati erano i cattivi, non i buoni.
Caspita, un bel cambiamento di prospettiva. Uno “studiato” vi direbbe che è cambiato paradigma, nuove verità storiche sono emerse e quei lungometraggi servivano a sostenere il ruolo dei buoni degli americani nella Seconda Guerra Mondiale, erano propaganda, mentre Soldato blu era una critica – nemmeno tanto velata – al ‘Nam e al ruolo americano nel sud est asiatico.
Va tutto bene, ma noi siamo degli Apache o delle Giacche Blu?


Prima di rispondere, calcolate che gli Indiani d’America ormai sono pochi e vivono confinati dentro alle riserve.
Insomma, non ci sono molti posti disponibili tra i “giusti”.
Che ci piaccia o meno, dovremmo finire tra le file dei cattivi e lottare sino all’ultimo respiro per arrivare in alto e non essere solo carne da macello.
Già perché il potere odora di sangue e attira squali e mostri di ogni genere.
Questo lo sanno bene il Nero, L’inglese e Bimbo, meglio conosciuti come I Lupi di Roma e sono i protagonisti principali di Caput Mundi – Città di Lupi, un albo a fumetti nato da un’idea di Roberto Recchioni e pubblicato da Editoriale Cosmo.


Si tratta del primo numero di sei che ha il compito di presentare nuovi personaggi e creare un universo condiviso che si amplierà in altre testate singole. Un progetto ambizioso che, a quanto ho potuto leggere, è partito molto bene.
I Lupi non sono degli eroi, ma tre criminali di piccolo taglio che in seguito a un lavoro su commissione riescono a racimolare un po’ di grana. Soldi che farebbero comodo a Greta - capo di un’altra batteria criminale –  per rubare allo Sceriffo gli incassi delle piazze di spaccio.
Città di lupi è una storia pulp, dai toni e dalle atmosfere degne di Gomorra e Romanzo Criminale ma con una piacevolissima spruzzata di Dal tramonto all’alba. Fin da subito il lettore è immerso nella frenesia di una rapina in cui tutto va a puttane e, prima che venga calato il sipario, parte un flashback che ci porta a conoscere la loro storia.


La sceneggiatura di Michele Monteleone e Dario Sicchi non conosce tempi morti, non procede mai con il freno a mano tirato e Pietrantonio Bruno, con un tratto asciutto ed essenziale, non aggiunge nulla di superfluo e rende più dinamica una storia ad alto tasso di adrenalina.
Anticipata sin dalla copertina, la presenza del Vampiro Pietro Battaglia si fa sentire e, pur essendo un comprimario, è il nucleo attorno al quale ruota il destino dell’Urbe Eterna.


Creato da Roberto Recchioni, per chi ancora non conoscesse Pietro Battaglia, è un vampiro nato tra le trincee della Prima Guerra Mondiale e che si è ritrovato coinvolto in tutti i fatti oscuri della storia italiana. Una presenza degna dei romanzi di Macchiavelli, Genna e Sarasso.
Giusto per citare qualche nome. Detto questo, andate in edicola e non perdete l’occasione di fare una buona lettura.

domenica 17 settembre 2017

Il rigoletto insegna.



Ormai è cosa nota, nel menù delle possibili azioni umane la vendetta la si trova tra i piatti freddi. Certo, ma qual è stato il primo cameriere a darci l’indicazione?
Molti, io per primo, avrei risposto Tarantino e la sua ancestrale conoscenza della saggezza spaziale. Ricordate l’inizio di Kill Bill vol. 1 e il suo amore dichiarato per la serie tv Star Trek? Appunto, ma c’è qualcosa che non torna. Per amore di precisione, prima di scrivere i miei deliri, controllo sempre le citazioni e Google a questo giro mi ha fatto scoprire una cosa davvero molto interessante.
Se digitate “La vendetta è un piatto che va servito freddo”, oltre all’antico proverbio Klingon, tra i vari link ne sbucherà anche uno che vi condurrà a una pagina Wikipedia, per la precisione alla voce “La vendetta è un piatto che si serve freddo”.


Erudito in merito dall’enciclopedia collettiva, scopro trattarsi di una pellicola spaghetti western (che recupererò quanto prima), scritta e diretta da Pasquale Squitieri con il nome d’arte William Redford. Nel cast ci sono attori del calibro di Klaus Kinski, Ivan Rassimov e Salvatore Billa.
Si, Squitieri nel ’70 girò “Django sfida Sartana.”, tanto per dire.
Se volevo “scoprire” i legami tra Tarantino e il cinema italiano ho scoperto l’acqua calda, quello che mi interessa davvero è la vendetta.


Si tratta di un movente potente, in grado di innescare storie indimenticabili del calibro di Oreste, Il Conte di Montecristo, C’era una volta il west, Old Boy, V per Vendetta e molte moltissime altre.
Qualche riga più in su ho scritto che è un’azione umana, ma è così?  No, ma siamo stati proprio creati a immagine e somiglianza di Dio, infatti anche l’Altissimo in quanto a vendetta sta messo bene.


Il vero e unico problema è che, anche desiderandolo più di ogni altra cosa, noi mortali non possiamo vendicarci contro l’inquilino del piano di sopra e dei suoi imperscrutabili piani.
Piani che, senza attenuanti, lo rendono di fatto il mandante di tutto il male che alcuni hanno subito e di cui finiranno per vendicarsi.
Prima di sprofondare nell’empietà, parliamo di cose serie.
Nati in via Madre di Dio di Alessio Piras è un romanzo pubblicato da Frilli Editore. Si tratta del secondo capitolo delle indagini del Commissario Pagani e il ricercatore e professore Lorenzo Marino.


Nella notte del 24 aprile 2014 in piazza Martinez a Genova viene strangolato Roberto Centurioni, un anziano senzatetto.  Il 25 aprile il Commissario Pagani è intento a svuotare l’appartamento di Eleonora basso, la madre malata di cancro e deceduta una settimana prima. Tra gli effetti personali della donna trova una fotografia scattata il 7 febbraio del ‘41 che ritrae Aldo Pagani, Antonio Satta e Roberto Centurioni.
I tre sono rispettivamente il padre del commissario, il nonno di Lorenzo e la vittima.


Della sinossi vera e propria non dirò altro, c’è abbastanza per stimolare l’appetito di ogni lettore vorace. Si può leggere anche separatamente da Omicidio in piazza Sant’Elena, il primo romanzo della serie, ma al prezzo di perdere importanti sfumature esistenziali di Lorenzo e il suo difficile e intricato rapporto con Genova, Madre Matrigna. Un romanzo ricco di riferimenti letterali che sono un ulteriore valore aggiunto al contesto genovese creato da Alessio. Davvero, se durante la lettura non vi viene voglia di focaccia o non provate l’ansia di vedere sbucare navi da guerra inglesi davanti al porto, il problema è vostro non della bravura dell’autore.
Il presente malinconico tende la mano allo spettro del passato per riuscire a scovare l’assassino e fare i conti con un passato che non è mai morto.
Affascinante e misteriosa la figura del narratore che introduce e conclude il romanzo. Chi è, in quali rapporti è con noi lettori?
No, non ho soluzioni ma solo un consiglio: leggete i romanzi e vediamo se non vi fiondate tra i caruggi di Genova.
Nati in via Madre di Dio di Alessio Piras. Frilli Editore collana Noir. 180 pagina, 2017. Disponibile anche in formato ebook.