martedì 13 marzo 2018

Dagli applausi o dalla sala piena?


Certe storie non sai mai da dove iniziare a raccontarle. Le prime battute sono fondamentali, quelle con cui ti giochi l’attenzione e la curiosità di chi ti ascolta. Non puoi permetterti un passo falso e concedere del terreno alle mille distrazioni in cui siamo immersi, altrimenti corri il rischio di trovarti davanti a qualcuno che fissa il display di un cellulare, voga con il pollice tra il mare magnum dei social network e finge di seguirti annuendo ogni volta che prendi fiato.
Se vi è capitato di trovarvi in una situazione del genere, e sono sicuro che ci siete passati, non dipende solo dalla vostra capacità di intrattenere ma anche dall’educazione di chi vi ascolta, ma questa è un’altra storia.
Nel caso in cui il dialogo si svolga tra uomini e vi è permesso di usare un linguaggio da “caserma”, per riottenere al volo l’attenzione dite: “guarda che tette.” State tranquilli che anche se vi trovate in una chiesa, o forse perché vi trovate proprio lì, vi verrà riservata molta più attenzione di quanta ne desideriate.
Il perché è facile da immaginare.



Comunque, dopo aver abusato della pazienza di chi legge e aver perso per strada chiunque non era interessato a scoprire perché “dagli applausi o dalla sala piena”, posso iniziare a scrivere che sabato 10 marzo alle 15:30 il Movie Theatre di Cartoomics era pieno di spettatori per la presentazione in anteprima della locandina e del trailer di Fino all’Inferno. Erano ovunque, oltre che nei posti a sedere, ce n’erano seduti a terra incastrati come tanti ciottoli e spalmati alle pareti quasi a sembrare decalcomanie.
Gli applausi non sono mancati, nessuno ne ha avanzati da portare a casa e, magari, da usare in altre occasioni.
Per fortuna non ho avuto problemi a trovare un posto libero perché c’era una sedia con scritto sopra il mio nome già, perché nel trailer trasmesso sullo schermo c’ero anch’io.
Ma procediamo in disordine e torniamo indietro a settembre 2017, per la precisione nei giorni in cui tutta la L/D Production Company - di cui faccio parte - era impegnata a girare Fino all’Inferno, un action-crime che levati, e in cui ho avuto il piacere e l’onore di recitare e di contribuire alla realizzazione.
Dicevamo di sabato 10 marzo. Prima della visione, Giuseppe Grossi di Movieplayer.it ha fatto gli onori di casa intervistando Annamaria Lorusso, Roberto D’Antona, Andrea Milan e Aurora Rochez in merito ai propositi di cosa significhi fare film indipendenti e a quanta dedizione e sacrifici si celino dietro alla realizzazione di un lungometraggio.


Difficile riportare in un articolo tutta la passione e la competenza con cui i quattro hanno risposto e coinvolto il pubblico presente. Non vorrei sembrare monotematico, però la locandina e il trailer…
La locandina ve la posso mostrare.


Però il trailer….
Per rendervi l’idea di cosa abbiamo visto, vi consiglio di provare a immaginare di stare dentro a un quadro di Picasso ma con le figure che si muovono ad alta velocità e lasciano dietro di sé una scia di polvere da sparo in fiamme.
Non ci riuscite? Allora vi tocca andare al cinema dal 5 di aprile in avanti e, prima di guardare The Wicked Gift, il film per cui avete pagato il biglietto e in cui vedrete recitare anche il sottoscritto, potrete provare la mia stessa esperienza.
Cos’è The Wicked Gift? Semplice, è il primo lungometraggio di genere thriller-horror di L/D che comparirà nelle sale cinematografiche delle principali città italiane ed è il miglior modo per capire cosa siamo in grado di fare.


Volete più notizie? Le pagine ufficiali le trovate qui The Wicked Gift, Fino all’Inferno e L/D Production Company. Purtroppo l’articolo è finito, non ho più spazio ma ci rivediamo tutti in sala.
Ricordatevi, The Wicked Gift dal 5 aprile al cinema.

lunedì 5 febbraio 2018

E chi chiamerai?



Mettetevi l’anima in pace, evitate battute di spirito e sappiate che i fantasmi esistono. Credo sia impossibile valutare l’esatta entità dei danni che procurano ogni giorno e di come stiano dissanguando il tempo presente. No, non sono diventato più matto del solito, siete voi che vi sbagliate perché vi ostinate a cercare nella notte una messa in scena di figure sbiadite, lenzuoli e catene ma, prima che chiamiate la neuro per farmi tornare a casa, meglio se mi spiego.

Negli anni Ottanta ho avuto un’età compresa tra i quattro e i quattordici anni e, quando non mi annoiavo a scuola, pedalavo con la bicicletta per uscire con gli amici. Oltre al calcio, una malattia che infesta il gene italico, anch’io giocavo ai primi giochi di ruolo e smanettavo sui videogames. Insomma, con trenta anni d’anticipo vivevo più o meno come uno dei protagonisti di Stranger Things.


Tranquilli, sto per arrivare ai fantasmi, manca davvero poco.

La serie tv citata è solo la punta dell’iceberg, ci sono troppi altri esempi in cui i classici vengono riattualizzati a suon di dollari a Hollywood e la musica non è davvero originale ma un’eco di quanto già sentito.

Questo ritorno al passato mi fa sempre venire in mente la “storiella” della discesa di Ulisse agli Inferi, ve la ricordate?

Per mettersi a parlare con i morti deve dar loro del sangue, lo stesso cibo che i vampiri devono succhiare per sembrare vivi. Senza restare incastrati nella barba di Freud, potrei mettermi a scrivere che questo elemento rappresenta la vita.

Ed eccoci arrivati ai fantasmi. Se ci guardiamo un attimo attorno, è facile notare come e quanto molte delle nostre speranze non siano puntate verso il domani che verrà ma indirizzate a una sterile riproposizione di quanto è stato. Sprechiamo vita e tempo per riavere ciò che non ci sarà mai più.

Stiamo sacrificando l’attuale per nutrire l’ormai trascorso, siamo i migliori complici nella vendetta del morto sul vivo perché ci lasciamo dissanguare non per scacciarlo ma per essere sempre più simili a lui.

E chi chiamerai?


No, i Ghostbusters per quanto simpatici ed efficaci non servono a nulla. L’unico in grado di individuare subito questa minaccia è il malinconico, non avrebbe alcuna difficoltà a vedere le scorie della storia che ritornano, però potrebbe essere utile quanto un gatto nelle sedute spiritiche perché, secondo la tradizione dell’occulto, non è un animale affidabile in presenza di eventi paranormali; potrebbe mettersi a fare le fusa anziché controllare che la presenza indesiderata non varchi la soglia.

Non si può vivere di ricordi né esistere nell’attimo. Bisognerebbe essere così abili da mescolare al punto giusto i due ingredienti e volgere lo sguardo al futuro senza incenerirsi per la troppa speranza.

Il fantasma di San Michele è il nuovo romanzo di Alessandro Reali edito da Fratelli Frilli Editori. Questa volta Sambuco e Dell’Oro vengono assunti dall’anziana Alda per indagare sulle circostanze della morte del marito e scultore Gianni Malatesta. Per le autorità si tratta di un decesso dovuto a cause naturali ma alcuni testimoni riportano di avere visto un’ombra vicino all’uomo mentre passeggiava attorno alla basilica di San Michele.


Un’indagine che oscilla tra la ricerca di un omicidio - se mai c’è stato - e il disperato tentativo di riscoprire il passato della persona cara per mantenerne viva la memoria.

Il punto di forza è la scrittura con cui Reali narra la storia. Si tratta di uno stile avvolgente, mai impostato al minimalismo ma in grado di essere totalizzante; l’autore avvolge il lettore fornendogli come unico punto di riferimento i due protagonisti. Scivola nell’intimità dei pensieri e delle emozioni del malinconico Gigi Sambuco, colpito da una tragedia e perso a nutrire qualche fantasma di troppo, e dell’epicureo Selmo Dell’oro sempre pronto a quantificare il maggior numero di piaceri possibili. Sono tra loro complementari e questa tensione è la spinta che risolve i casi e dona alla trama differenti velocità ma senza diventare una turbolenza, una di quelle in cui si rischia di precipitare nella noia o nell’abbandono del libro sul comodino.

L’universo narrativo è solido, perdura nei diversi romanzi pubblicati e Reali ha il merito di riuscire a far svanire i bordi della narrazione come la nebbia fa con il profilo di Pavia.

Direi che sì, mi è piaciuto e ne consiglio la lettura magari recuperando anche i precedenti.

domenica 28 gennaio 2018

La melomane incallita.


Qualche tempo fa mi ronzava in testa la scadenza di un modello F24 e, per non mettere su un alveare nel cranio, decisi di andare a pagarlo. All’ufficio postale il caso mi ritenne degno di un posto a sedere, così mi sistemai sull’unica poltroncina verde disponibile. Si trattava di una di quelle allineate, le stesse che qualche designer con fantasia economica adatta ai prezzi stock aveva progettato per favorire lo stupro dello spazio vitale di chi se ne serviva.
Fu così che mi ritrovai incastrata nel fianco, come il pezzo a S di Tetris, una geriatrica intrattenitrice con tanto di capelli viola tenue e bocca raggrinzita dagli anni. Nell’attesa innescò una conversazione. Fu una chiacchierata molesta, settata sul principio “devi sapere tutto di me”. Terminati i convenevoli con una radiografia verbale, iniziò a pubblicizzare la sua presenza alla prima di una non ricordo più quale opera lirica in un teatro ancora più sperduto dell’ufficio postale in cui eravamo.


“Le piace la lirica?” Chiese, soprattutto per misurare chi tra i due partecipava a più eventi mondani.
“No, non incontra i miei gusti ma riconosco che può piacere.” Ero sincero, inoltre le offrivo una mezza vittoria per iniziare una manovra di disimpegno nel tentativo di scollarmela dalla giornata.
Ma non era una persona ragionevole, voleva aver ragione a ogni costo e, pur di riuscire a sopraffarmi, entrò in loop. Ci ritrovammo imprigionati per tre volte nello stesso dialogo senza futuro.
“Le piace la lirica?”
“No, non incontra i miei gusti ma riconosco che può piacere.”
Alla quarta mi arresi e risposi: “Sì, mi piace.”
Con una bugia riuscii a sfuggire all’orizzonte degli eventi, ma questo diede l’equivalente dell’adrenalina alla sua parlantina per espormi - in maniera dotta - i pregi del melodramma. Feci penitenza per la menzogna ascoltandola in silenzio, sicuro che fosse meglio di mille costrizioni e preghiere varie.


Ora però, ogni volta che sento della lirica, mi rivedo comparire davanti la melomane incallita. Si manifesta sempre allo stesso modo, compare avvolta da una nuvola di zolfo e mi pungola con un forcone, urlandomi: “ignorante.”
Conoscete il mio rapporto con la lirica, sapete che “no, non incontra i miei gusti ma riconosco che può piacere”. Immaginate la mia faccia quando mi è capitato tra le zampe Follia Maggiore di Alessandro Robecchi, un romanzo edito da Sellerio con il titolo preso da Il turco in Italia di Gioacchino Rossini e con una copertina che richiama un palco teatrale.


Immaginavo di avere qualche problema di concentrazione leggendo di soprani e affini, temevo a ogni riga l’incursione della figlia stagionata del Diabolus in Musica.
Devo dire che l’autore non si risparmia nello scrivere di opere liriche e lo fa con una grazia tale da mettermi in apprensione per l’esito di un concorso. Inoltre, cosa non da poco, riesce anche a rendermi felice nel pascolare nei verdi campi di Youtube per ascoltare ogni singola citazione.
Follia Maggiore è il quinto romanzo della serie di Carlo Monterossi. A differenza di alcune serie americane, dove del protagonista poco o niente si sa - salvo il riassuntino comprensivo di soluzione del caso precedente - l’autore gestisce al meglio i personaggi: li mostra, non li racconta.


Anche senza aver letto i precedenti, l'ex autore televisivo Carlo Monterossi è subito familiare, non sono necessari chissà quali giochi mentali da Jedi o disperate ricerche su Google per sapere chi è, come ragiona e come è finito a essere la spalla di Oscar Falcone.
Non si rimane spaesati nemmeno quando compaiono Ghezzi e Carella, due vecchie conoscenze che di mestiere fanno i poliziotti.
Queste due coppie indagano sull’omicidio di Giulia Zerbi, una cinquantanovenne che in passato ebbe una relazione ad alta intensità e che fu la madre di Sonia, una promessa della lirica italiana.



Ho apprezzato la trama solida, strutturata su piani paralleli, che procede grazie a investigazioni verosimili e la storia non si esaurisce entro i confini del giallo da cui è nata. In merito allo stile della scrittura posso solo spendere buone parole. Asciutto, ironico e non convenzionale. Senza sprecare intere pagine riesce ad accendere la tensione e non solo, senza mai perdersi in chiacchere superflue. Menzione speciale per il narratore brillante, lontano dall’aplomb rigido dei molti ficcanaso più o meno onniscienti. Una scelta azzardata, basta poco per passare dalla simpatia alla molestia. L’autore riesce benissimo nell’intento di fraternizzare con il lettore, tanto da non farne l’ennesimo spettatore passivo.


Valore aggiunto di Follia Maggiore è la possibilità di riflettere sui rimpianti con il sottofondo di alcuni brani di Bob Dylan, sollevare la pessima maschera delle eroine della televisione del dolore, riflettere con qualche sorriso sulla pochezza della società in cui ci ritroviamo incastrati e, tra le altre cose, sviluppare l’assillo aritmetico nel calcolare quante settimane mancano alla fine.

lunedì 22 gennaio 2018

La specialità di famiglia.



La cura di Battiato è una canzone che riesce a piacere a molti, anche a chi storce il naso davanti all’intellettualismo portato in dono nei testi scritti in collaborazione con Manlio Sgalambro.

Quando vi capita di ascoltarla, preferite cantarla a qualcuno o vorreste essere la persona a cui è dedicata? Tra salvatore e salvato chi è “l’essere speciale”, colui che attraversa le “correnti gravitazionali” o quello che attira “fallimenti”?

La cura non è una competizione tra soggetti ma il racconto della separazione delle metà perfette che, grazie alla forza di attrazione de L’amor che move il sole e l’altre stelle, diventeranno speciali quando si uniranno per formare l’Androgino.


Battiato platonizzato con un pizzico di taoismo riesce a scioglierci mentre ascoltiamo la perfezione che ricerca l’imperfezione per essere viva.

Potremmo aprire una parentesi su quanto l’era digitale e il narcisismo Next Gen abbiano trasformato la perfezione in like, rendendo onanistica la nostra esistenza, ma questa è tutta un’altra storia.



Dicevamo, l’amore è un sentimento meraviglioso ma da chi impariamo ad amare? Esatto, da mamma e papà.
Vi siete mai sentiti dire dalla parte genitoriale che “siete speciali”?

Oggi il mio delirio è dedicato a una famiglia composta da esseri davvero speciali, nel senso che ognuno ha un potere che lo rende unico.

La straordinaria Famiglia Telemachus di Daryl Gregory è un romanzo edito da Frassinelli. Narra la vita e l’opera di Matthias “Matty” Telemachus, un quattordicenne di Chicago che nel ’95, quando non è impegnato a fantasticare sulla cugina Malice, scopre di appartenere alla terza generazione di una genia di fenomeni.

I nonni Teddy Telemachus e Maureen McKinnon erano rispettivamente un abile truffatore dalla mano lesta e la più potente sensitiva del mondo. Il dna irlandese passò alla generazione successiva e portò in dote la telecinesi al primogenito Frankie, l’abilità di scoprire ogni menzogna alla figlia Irene e la preveggenza al piccolo Buddy. I cinque si esibivano in teatro riscuotendo successo ma tutto ebbe fine quando in televisione furono smascherati dall’Incredibile Archibald, un illusionista impegnato a scoprire i trucchetti di tutti gli imbroglioni.

Scoprire perché Maureen è morta e cosa c’entrano la matita rosa di zio Buddy, la spesa di Teddy al Dominick, il pizzo che zio Frankie versa a Mitzi e l’amore a distanza di Irene nei tentativi di Matty per controllare il proprio talento è compito del lettore. Si tratta di una storia non lineare ben congeniata che si sviluppa su diversi piani temporali e amplifica l’orizzonte narrativo spostando il punto di vista sui diversi personaggi.


Pur avendo qualche affinità con X-Men, I Fantastici Quattro e la serie televisiva Heroes è stata una lettura piacevole. Ho apprezzato il tono ironico con cui vengono presentati i Telemachus, sin dalle prime righe li ho trovati simpatici e questa scelta non impedisce di creare situazioni e legami che toccano altri sentimenti. Grazie alla bravura di Daryl Gregory, non ho mai perso la bussola durante la lettura e la curiosità mi ha spinto sino all’ultima pagina per scoprire se sarebbero riusciti a essere “speciali” prendendosi cura l’uno dell’altro.

mercoledì 17 gennaio 2018

Non si cambia mai davvero?




Non amo impugnare la penna rossa per correggere gli sbagli degli altri, ho già i miei a cui porre rimedio, così come non vorrei stare su una cattedra a tenere sott’occhio una classe perché sono della pasta di quelli che, a scuola, ci andavano per fumare la sigaretta in bagno.

Eppure ogni giorno mi tocca giudicare qualcuno. Urlate quanto volete “Nessuno mi può giudicare”, fate della Caselli un inno generazionale ma rendetevi conto che in questo modo siete un filino arroganti e predicate bene e razzolate male.

Sì, perché tutti giudicano tutti.


Dicevo, il metro con cui valuto le persone non sono le parole che dicono ma le azioni che compiono, soprattutto quelle che fanno quando non sanno di essere osservate.

A volte vedo cose che voi umani.

Per ultimare la metamorfosi basta essere coerenti e comportarsi di conseguenza? Magari sì, però bisogna esserne davvero convinti, una scelta che potrebbe farci perdere qualche punto in società, ma che ci renderebbe più sinceri.

A chi non piacciono le persone oneste, che non raccontano bugie?

Se volete provare fate pure ma attenti alla nostalgia “canaglia” che potrebbe farvi tornare alle vecchie menzogne.

Di cambiamenti il buon Enrico Radeschi ne ha dovuti fare parecchi per sfuggire a Hurricane, conosciuto ne L'uomo della pianura (2008). Se non capite di cosa sto scrivendo, fiondatevi nei romanzi di Paolo Roversi.


Per chi si fosse collegato solo ora, facciamo il punto della situazione ma soltanto dopo avervi strappato la promessa che vi immergerete nei precedenti.

Oggi in libreria Cartoline alla fine del mondo e ho avuto la fortuna di leggere in anteprima Cartoline dalla fine del mondo. Ora sono qui a mettere in fila parole per una recensione.

Per sfuggire a morte certa, Enrico si rivolge a Konstantin per azzerare la sua vita precedente. Scelta non facile dato che è costretto a separarsi da Buk, il Giallone e Milano.

Lo ritroviamo nei panni – stretti- di Giorgio Andreani e vive a Cipro, lavora come archeologo e guadagna qualche piccolo extra aiutando il Danese, avventuriero e contrabbandiere in simbiosi con l’iguana Iris.


Non è più un giornalista hacker ma, nonostante la metamorfosi, non è davvero cambiato, è ancora lui. Anche quando sbuca nel bel mezzo di uno scavo il vicequestore Loris Sebastiani, una vecchia conoscenza con cui ha condiviso alcune indagini. A Milano c’è bisogno di qualcuno che smanetti sul computer per scoprire l’identità del Mamba Nero e perché uccide i dipendenti della TechHackCorp.

Si tratta di una lettura oltre i limiti di velocità consentiti, sfrecciare tra le pagine è un piacere senza la preoccupazione di autovelox e brutti incidenti. La trama gialla è di sana e robusta costituzione, il Roversi Cinematic Universe è sulla carta ovvio, ma curato e sviluppato al punto da riuscire a teletrasportarvi a Milano.

In questo capitolo preparatevi a seguire le tracce di Leonardo Da Vinci nella metropoli e potrete anche gustarvi una piacevole chicca che si chiama come il Fernet!

Un gradito ritorno in libreria e sono già pronto per il prossimo.

Cartoline dalla fine del mondo di Paolo Roversi. Marsilio Editore, collana Farfalle. 17,50 €, 266 pagine.

sabato 6 gennaio 2018

Delle polemiche e delle provocazioni.



La prima volta che andai a Firenze ebbi la “fortuna” di trovare il Perseo impacchettato per un restauro. Tutti quei teli e quelle impalcature nulla avevano a che spartire con Christo e la Land Art. Quella statua l’avevo studiata sui banchi di scuola, per l’occasione mi ero anche riletto Vita di Benvenuto Cellini e Le Metamorfosi di Ovidio, inoltre avevo un rullino solo per immortalare ogni singolo dettaglio dell’opera.

Visto e considerato quanto mi ero preparato, potete immaginare la mia felicità e l’impossibilità di consolarmi con la riproduzione in marmo e bronzo che infilai in valigia prima di partire.

Anche se all’epoca internet esisteva già, la mia prima idea non fu quella di mandare mila e-mail a tutti gli enti disponibili per lamentarmi della situazione, né mi feci prendere la mano ammorbando chiunque nel raggio di dieci chilometri con piagnistei vari. Preferii armarmi di pazienza, cercare di capire quando si sarebbe liberato dalla prigionia e mi ripromisi di tornare, fosse anche solo per un paio di ore, per poterlo “conoscere” di persona.


Aspettai circa un anno e con un biglietto del treno e un viaggio allucinante, senza mai alzare la voce o sprecare fiato, riuscii a vedere il Perseo e rimasi affascinato come un bambino davanti alla vetrina di un negozio di giocattoli.

Il mio incontro con una semplice scultura mi ha fatto capire che un’azione vale più di milioni di parole ed è vero che per riuscire a completare “la statua dell’umanità” andavano bene anche piatti e stoviglie.

“Il genio della cultura si comporta come Cellini, quando fece la colata del suo Perseo: la massa liquida minacciava di non bastare, eppur tuttavia lo doveva: così egli vi gettò dentro chiavi e piatti e tutto quel che gli capitava tra le mani. Allo stesso modo, quel genio butta dentro errori, vizi, speranze, deliri e altre cose di vile e nobile metallo, perché la statua dell’umanità deve venir fuori finita: che importa se, qua e là, si è usato materiale più scadente?”

Nietzsche, Umano troppo umano, aforisma 258.



Ovviamente non predico l’accettazione incondizionata, né vi consiglierei di fare della rinuncia una regola di vita o di dover pagare ogni volta il prezzo più alto, ma è sempre buona cosa ricordarsi che tutti siamo parte della statua dell’umanità, nessuno di noi è esente da errori, vizi, speranze e deliri.

Insomma, siamo tutti della stessa pasta e della stessa razza.

Non ho intenzione di scrivere un manuale su cosa debba fare o essere L’uomo in rivolta, mi limito a indirizzarvi all’omonimo libro di Albert Camus.


Non sono contro la libertà di espressione, mi rendo conto di essere uno dei tanti blogger che diffonde i propri deliri in rete, quindi non sono ancora così lesto da spararmi sui piedi.

Non siamo così fortunati da poter ancora ripetere a pappagallo Mala tempora currunt, sed peiora parantur perché i tempi peggiori non sono più una minaccia del giorno a venire, sono la nostra storia da troppi anni.

Non sono un nostalgico. Ieri non era tutto più bello, genuino e sincero ma è pur vero che c’erano anche giornalisti del calibro di Dino Buzzati, Tommaso Besozzi, Pier Paolo Pasolini, Indro Montanelli, Enzo Biagi e molti altri mentre oggi ci sono blogger , youtuber e simili che – come il sottoscritto – scrivono più velocemente di quanto pensano. Non abbiamo i titoli e l’esperienza per improvvisarci opinionisti ma, e questo mi preoccupa, alcuni riescono ad avere un seguito che, a volte, è maggiore di tutti i nomi che ho citato qualche riga più in su.

Per essere chiaro, io non sono tra i Top Influencer né voglio entrare in classifica.
Tutto questo articolo per arrivare a dire che molte delle polemiche e delle provocazioni che ciclicamente intasano i mezzi di comunicazione sono inutili.
Al polemico interessa che qualcuno gli dia retta o da mangiare se è un Troll.


Per i provocatori mi viene solo da dire che la metà dei gesti “di rottura” che fanno sono inutili, l’altra metà li rende la copia più povera di spirito dello scemo del villaggio. Con una foto su Instagram, un cinguettio su Twitter e un post su Facebook non stanno fermando una colonna di carrarmati in Piazza Tienanmen o sventolando un velo su di un bastone.


Faccio un esempio molto semplice. Esistono criticoni non specializzati che difendono a oltranza ciò che amano, magari anche contro l’evidenza, oppure frantumano qualunque cosa non incontri i loro gusti.

Non stiamo parlando di questioni di vita o di morte ma di prodotti come libri, fumetti, film, serie tv ma anche musica, calcio e altre sciocchezze simili.

Per gli occhi foderati dal salame consiglio un panino - magari a stomaco pieno riescono a ragionare meglio – mentre per l’acidità critica inviterei i solforici a creare, così vediamo quanti “capolavori” riescono a fare.


Vale la pena agire e lottare per qualcosa di serio, soprattutto quando è ingiusto e ci impedisce di vivere una vita almeno dignitosa. Per quello che resta, siamo tutti una miscela di bronzo e materiale vile quindi evitiamo di spennarci come polli, inventare hashtag, meme o scrivere articoli come questo.

lunedì 11 dicembre 2017

Dopo la soglia.



Essere abili di prima per l’immortalità con una manciata di preghiere fatte in ginocchio o salvarsi in zona Cesarini con una conversione che nemmeno un corner di quelli giusti, è una bugia economica e tascabile. La vedo come vincere una grossa somma di denaro al tavolo verde senza fare nessuna puntata.

Questo per farvi capire che faccio la stessa scommessa di Monsieur Blaise Pascal e, se ve lo siete scordati, sono solo i protestanti a essere predestinati perché i cattolici il paradiso se lo devono guadagnare con le opere.

Quindi, o ci convertiamo e rimaniamo tranquilli – si fa per dire – sul nostro divano oppure ci rimbocchiamo le maniche per fare del bene, perchè qualcosa di noi rimanga oltre la nostra dipartita. Risultato effimero, ma quella promessa dallo spacciatore di fede del quartiere non è tanto meglio; se finisci al piano di sopra non fai un lungo soggiorno tutto piacere e comodità anzi, la tua anima viene spogliata dalla parte più sensibile e rimane la tua essenza a pregare Dio per un infinito numero di attimi.



Guai a chi tira fuori la solita citazione di Shakespeare, “Il male che gli uomini compiono si prolunga oltre la loro vita, mentre il bene viene spesso sepolto insieme alle ossa”, perché spesso non significa sempre e, se ci mettiamo a frugare nei ricordi, troviamo qualcuno che meriterebbe di sopravvivere oltre l’ultimo giorno a disposizione.

Alcuni scrittori che non sono impegnati a contare le copie vendute e il seguito sui social, è possibile che mettano in fila parole per restare non solo fino alla scomparsa del loro ultimo lettore, ma per diventare dei classici ed essere immortali, o quasi.

Insomma, il modello di eternità che vorremmo non esiste quindi bisogna fare il meglio con quel poco che abbiamo.



Tirando le somme, non è che dobbiamo metterci a scrivere il capolavoro della letteratura (anche se in Italia pare che un po’ tutti ci provino convinti di riuscirci), ma dobbiamo spogliarci di qualche piccolo difettuccio che abbiamo e iniziare a fare opere e gesti buoni, ma non sognando in piccolo.

Comunque, apro la finestra per fare uscire la puzza di nichilismo mista ad ateismo primaverile e passo a deliri meno complicati.

Una finestra sul noir è una antologia di racconti pubblicata da Fratelli Frilli Editori che ne raccoglie quaranta - più uno – che, come è facile intuire dal titolo, sono di genere noir e giallo. Non si tratta di una delle molte raccolte di trame alla “vedi quanto è brutto il mondo”, “misura la distanza fra giustizia e legge”, “indovina chi è l’assassino” o meccanismi simili, questa va oltre i classici intenti.

Non mancano le note necessarie per atmosfere delittuose o indizi che compongono la sinfonia del caso chiuso, ma l’obiettivo dei quaranta racconti è ricordare e farci conoscere Marco Frilli, toscano di nascita e genovese d’adozione, nonché fondatore della Fratelli Frilli Editori.



Tramite i personaggi degli autori che lo hanno conosciuto, incontrano il loro “padre” e con un gioco di specchi gli hanno reso il favore; se Marco li ha portati nella realtà, loro lo hanno portato nella fantasia.

L’uomo energico e volenteroso che ha creduto in loro e ha creato la casa editrice per renderli reali. Ora gode dell’ottima compagnia dei suoi “figli” oltre a restare nei ricordi di chi lo ha conosciuto.

Alla domanda chi era Marco, non posso rispondervi, però avrete modo di incontrarlo in una narrazione caleidoscopica a spasso per il tempo e lo spazio.

Ho detto tutto? No, mancano due cose e mi tocca abusare della vostra pazienza.



Prima. Il racconto “più uno” è stato scritto da Maria Bellucci, vincitrice del Premio Letterario “Marco Frilli” gestito dall’Associazione Culturale Amici di Radio Savona Sound, mentre gli altri – non me ne vogliano se non li elenco – vi dico: prendete e leggetene tutti, è il loro inchiostro per voi e parte dei proventi verranno devoluti, con gratitudine, all’Associazione Gigi Ghirotti Onlus.

Tanto per dire che non è mai troppo difficile contribuire, anche se siamo dei semplici appassionati.

Seconda. Nell’introduzione, Valerio Varesi pone un quesito interessante: “chissà se aveva ragione Dostoevskij quando affermava che il bello salverà il mondo. Io credo di sì. E voi?”

Per quanto possa interessare, anch’io credo che la bellezza salverà il mondo, solo che non può più permettersi il lusso di farci aspettare, lo deve fare IERI.

Una finestra sul noir di AA.VV., a cura di Armando d’Amaro e prefazione di Valerio Varesi. Fratelli Frilli Editori collana I Tascabili. 380 pagine, 2017. Disponibile anche in e-book.